LE TESTE VUOTE (i cacasotto)

Le teste vuote ci sono anche tra gli operatori sanitari. In questo caso, per fortuna, sono un’esigua minoranza: all’incirca l’1-2 % non vogliono vaccinarsi.

Ci tengono al loro corpetto santo!

Hanno molta paura di sottoporsi a un vaccino che a detta di alcuni è ancora in fase sperimentale, senza considerare che se anche fosse così, ognuno, segnatamente gli operatori sanitari, dovrebbe sostenere e facilitare questa “sperimentazione”.

In ogni caso, siamo in una pandemia e bisogna fare il possibile per uscirne, anche rischiando un po’, dato, tra l’altro, che rischiamo tutti di contrarre la Covid-19.

La professione di questi ominicchi, invasi da insano egoismo, dovrebbe essere sostanzialmente orientata alla salute della gente mediante le risorse provenienti dalla ricerca e dalla pratica medica.

Se qualcuno non condivide l’impostazione della medicina che conosciamo può avvalersi di papaya, acido ascorbico, può pregare fino allo sfinimento, cantare mantra, o sottoporsi ad abluzioni in acqua santa, ma faccia tutte queste cose in casa propria e non vada negli ospedali e in qualsiasi altro luogo ove sono ricoverati dei malati.

Cambi professione, anche perché non ha capito nulla del metodo scientifico, di come si conducono le ricerche e le sperimentazioni, del fatto che comunque si parla sempre senza possedere certezze assolute (miraggio infantile e favolistico) ma ogni farmaco, ogni intervento clinico, ogni scoperta – ogni vaccino – è sempre da inserire in un calcolo delle probabilità circa le sue risposte benefiche. Nel caso della vaccinazione queste sono acclarate da decenni di prevenzione vaccinica verso malattie terribili come la poliomielite e il vaiolo. Medesimo esito sarà quello contro il contro il Sars-Coc-2.

Inoltre, cosa della massima importanza, tutto quel che si fa è migliorabile col progredire delle conoscenze. Nella fattispecie quelle riguardanti l’andamento della pandemia e considerando le risposte che la popolazione dà alle varie terapie, alle vaccinazioni, alle norme di comportamento.

La testa vuota diventi un anacoreta libero dall’onere di frequentare il prossimo.

Si senta libero soltanto di essere confinato in se stesso.

Non gridi più alla libertà del suo corpicino virtuoso e tremolante di paura, ignorando quello altrui.

Se sta per conto proprio non fa danno a nessuno e non toglie la libertà a chi pretende almeno dai sanitari che lo curano e ai quali si affida di avere condizioni adeguate alla sua guarigione, talvolta ottenuta con gli sforzi di gente che mette a repentaglio la sua stessa condizione fisica (come i medici e gli infermieri, specialmente nelle prime fasi della pandemia).

Questo 1-2 % poc’anzi menzionato è costituito da individui che invece pretendono la propria libertà di scelta senza considerare che viviamo in comunità e che vi sono dei vincoli da rispettare.

Pretendono di sputacchiare addosso a chiunque le popolazioni virali che eventualmente stanziano nel loro organismo.

Dicono, forse per giustificare il loro menefreghismo intriso di terrore (per se stessi, solo per se stessi), che anche il vaccinato sia contagioso.

L’ipotesi che sia contagioso non è stata ancora accertata e comunque se vi fosse una residua carica virale capace di contagiare questa è quantitativamente modesta.

Sulla rivista “Nature Medicine è riportato uno studio, realizzato in Israele, dagli scienziati dell’Israel Institute of Technology di Haifa. Essi hanno dimostrato che anche se l’individuo vaccinato si infetta la carica virale rilevata è estremamente bassa. Da ciò si desume che questa condizione  potrebbe essere associata ad una scarsa capacità, da parte della persona positiva, di infettare altre persone.( https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/da-non-perdere/vaccini-a-mrna-efficaci-e-riducono-la-trasmissione-del-virus). Insomma, l’operatore che si vaccina se poi s’infetta è poco contagioso. Si vedrà con più precisione tra qualche tempo; non siamo in una società magica, dove tutto è prestabilito e preconizzato dagli stregoni. Si formulano ipotesi, si fanno prove, errori: così va avanti la scienza.

Non c’è un metodo alternativo.

L’operatore che s’infetta senza essere vaccinato può, specialmente nel corso dell’incubazione, infettare con più facilità.

Teniamo conto poi che anche con pochi sintomi un operatore antivaccino può presentarsi al lavoro magari perché pensa di cavarsela con poco (una tachipirina e via): figurarsi se proprio lui ha contratto la Covid-19. In ottemperanza al pensiero magico di chi non crede alla scienza e invece dà credito al pensiero e alle fandonie magiche unitamente a un deprecabile fatalismo.

Insomma, chi è contrario al vaccino (misconoscendo dal punto di vista scientifico la pratica della vaccinazione) è presumibile non consideri per il giusto verso il comportamento da tenere per se e per gli altri.

Così può sbagliare facilmente non solamente rifiutando la vaccinazione ma anche nell’autodiagnosi. Mettendo così a repentaglio gli altri e anche se stesso, poiché da una sindrome paucisintomatica (che può tranquillamente nascondere o non riconoscere, ma durante la quale è contagioso) si può sviluppare una patologia di media e grave intensità.

In questi casi ovviamente l’operatore “sparisce” dalla corsia o dalle RSA e così, se non altro, vi sono operatori in meno che possono fare il loro dovere, come del resto fanno il 98-99% degli altri, la maggioranza quasi assoluta.

In definitiva siamo di fronte a un fenomeno altamente riprovevole anche considerandolo soltanto da una prospettiva morale.  Non giustificabile nemmeno se costoro accampassero ragioni inerenti alla paura. Ulteriormente riprovevoli se le ragioni sono in relazione al menefreghismo, all’ignoranza e all’egoismo.

Vivendo si rischia sempre e la pandemia è inclusa nell’esistenza di ciascuno di noi.   

In definitiva, le esigue minoranze di cui stiamo parlando peccano di presunzione, di menefreghismo, d’ignoranza e sostanzialmente sono dei cacasotto.

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Alessandro Barbero sul Gesù storico

Ho scritto quanto segue in un gruppo inerente al Cristianesimo che stava dibattendo sulla resurrezione e le affermazioni di Alessandro Barbero riguardo alla ragionevolezza del Gesù storico.

Gesù difficilmente può essere esistito così com’è raccontato dalle poche narrazioni che lo riguardano. Non so perchè Barbero faccia questa eccezione al metodo storico. Di nessun altro personaggio si direbbe della sua esistenza avendo così poche fonti. Per la verità nessuna fonte attendibile e oggettiva – cioè non soggettiva – derivante da credenti in Gesù stesso e pochissimi altri testimoni che ne scrissero aleatoriamente molti decenni dopo la cosiddetta morte.

Che poi qualcuno di nome Gesù (traslitterazione) sia vissuto non ci sono dubbi, i dubbi nascono e sono concreti quando a un Gesù particolare si attribuiscono le caratteristiche tramandate dai Vangeli e da S. Paolo.

Non c’è alcun dubbio: un soggetto biologico non può morire e “risorgere”.

Quindi basta speculazioni e giri di parole. Una bugia può essere creduta verità e tra coloro che la credono tale ci sono quelli che muoiono piuttosto di negarla.

Nel caso della risurrezione, evidentemente questa è stata oggetto d’illusione, individuale e/o collettiva (elaborando un fatto che non ha per altro conferme storiche) e le illusioni, come i deliri sono produzioni mentali in grado di oltrepassare la ragione.

Ripeto, non c’è alcuna possibilità che vi sia o vi sia stata una resurrezione di un organismo biologico, nella fattispecie di un umano cui è stato attribuito un determinato nome.

Vorrei sommessamente ricordare che si possono fare tutte le considerazioni possibili ma non c’è alcuna possibilità, ribadisco ancora, che una creatura (biologica) possa morire e risorgere. Riguardo al Gesù storico ho detto sopra.

Per resurrezione s’intende ritorno dalla morte alla vita.  Se qualcuno gioca  con le  parole, allora diventa valida ogni cosa. A me non interessa disquisire senza una base semantica comune.

Le opinioni diventano certezza quando si afferma che non è possibile che un essere biologico cessi di vivere e poi ritorni in vita. Chi dubita di questo entra nel discorso religioso e abbandona la ragione. Cose dette e ridette, da anni, da secoli, da millenni oramai.

Non esiste dio personale. Non è possibile alcuna resurrezione. Il cristo storico è un’invenzione letteraria assurta a faccenda storico-religiosa.

Il tutto per estinguere almeno in parte l’angoscia della finitudine personale, del soggetto autocosciente. È tutto molto semplice, ma poi subentra la fede che maschera appunto la semplicità, l’evidenza che riguarda le vicissitudini biologiche e psicologiche.

Sono inutili i tentativi di conciliare ragione e scienza con una fede religiosa, segnatamente riguardo a un dio personale. Chi tenta questa conciliazione trascura sempre qualcosa che è inconciliabile, appunto, ossia contraddice la realtà di fatto ed entra così nella narrazione di fantasia, dove tutto è possibile.

Come sempre quando si trattano argomenti religiosi emerge la fede, quindi il ragionamento, la ragione latitano. Rimane che Barbero ha fatto un’affermazione non troppo felice e comunque ha voluto dare una sorta di speranza a tutti i cristiani.

Mi pare più ragionevole, anche in conformità a quanto asserito dal medievista, che il personaggio storico in questione sia un insieme di personaggi di cui non si ha traccia. Tuttavia la loro sommatoria unita all’esigenza di dare attributi favolistici a qualcuno abbia fatto “precipitare” (come in una soluzione il soluto che raggiunge la saturazione) il cosiddetto Gesù storico di cui si trovano poi citazioni di parte nei Vangeli e in S. Paolo – che tuttavia mi sembra non abbia fatto mai visita a Gesù – e tracce effimere in Svetonio, Flavio Giuseppe, Plinio, Tacito.

Insomma, parlerei non di un singolo Gesù, ma dei Gesù, che sono stati giustapposti al fine di crearne uno. Se questo significa esistenza storica di Gesù, allora si può venir incontro alla tesi di Barbero, altrimenti mi pare più ragionevole pensare che la leggenda di Gesù sia tale e come tutte le leggende un qualche frammento di verità possa esser stato utilizzato nella sua costruzione.

Costruzione che ha avuto in seguito qualche secolo per essere fortificata e affinata, rendendola poi disponibile ai fedeli, la maggior parte dei quali era in sostanza analfabeta e propensa non tanto al ragionamento razionale quanto alle credenze che potessero alleviare il dramma della loro vita quotidiana.

Credo di essere stato molto ragionevole e benché apprezzi Barbero, non mi attengo mai all’ipse dixit.

Sono certo di non avere travisato nulla di quanto asserito nel suo audio (e in un video su You tube), ho soltanto espresso una considerazione diversa da quella di Barbero. Mi pare lecito, ammesso che si ragioni, formulare ipotesi personali.

Comunque si parla non di certezze ma di ragionevolezza. Mi pare che il credente abbia fede e quindi sia certo dell’esistenza di Gesù e anche del dio personale.

Questa grande considerazione di Barbero (da parte di molti utenti del gruppo) spero rimanga inalterata quando si dichiara comunista, altrimenti è soltanto una farsa appellarsi a lui solamente quando si parla di argomenti che hanno bisogno di conferme (acqua al proprio angusto mulino).

Del resto, anche Barbero è un uomo (consapevole della propria finitudine) e a volte può mettere tra parentesi il metodo storico (o lo attenua di un po’) come fa Zichichi che mette tra parentesi il metodo scientifico affermando di non poter non credere in dio.

Rimane il fatto certo che nessun personaggio esistito o meno abbia potuto fare miracoli o essere il figlio di Dio. Su questo non ci sono Barbero o Zichichi che potrebbero dare dimostrazioni ed è su queste che io mi baso nel ragionamento fatto poc’anzi.

A questo punto l’amministratore del gruppo mi dice che continuando col mio atteggiamento non avrei fatto molta strada e poi aggiunge una esclamazione fastidiosa e direi pure intimidatoria.

Allora aggiungo: la censura me l’aspettavo. La verità del ragionamento dà sempre fastidio. Lo sappiano gli altri membri del gruppo. Esclamazione molto minacciosa e fuori luogo.

Credi che sia così importante essere parte del gruppo?

Un’altra dimostrazione che il credente ha la tendenza a mettere tra parentesi il ragionamento. Contento tu! Che brutto scrivere che non farò molta strada nel gruppo se continuo così.

Chi vuole farne? Chiedo a me stesso.

Poi leggo ancora che io   starei fomentando gli animi del gruppo (usando un neologismo internettario): ridicolo! Un intero gruppo strapazzato dal sottoscritto!

Boh! Certa gente ha davvero paura che qualcuno scalfisca le sue convinzioni e quindi, facendo opera di bene, meglio lasciarla nel brodo in cui sguazza.

Che voglia disputare in un gruppo di cristiani! 🙂

VERITA’ COME ARMA DELLA MENZOGNA

Qualche ipocrita sostiene che la verità rende liberi, decontestualizzando la frase e immettendola in un ambito menzognero.

Allora possiamo dire che la menzogna rende schiavo chi crede di essere libero (o ottiene la sua libertà con la sottomissione degli altri) e nel frattempo ha degli interessi mediati dalla diffusione della menzogna stessa.

In realtà questa gente si disinteressa della libertà in quanto tale – nonostante ne parli come di un bene primario (per se in buona sostanza) – e la usa come strumento retorico per ricavare dei vantaggi personali.

Un tipo caratteriale del genere si colloca ai gradi minimi del valore umano.

È lecito dire che sia la peggior persona che possiamo incontrare.

Le menzogne spacciate per verità; la schiavitù spacciata per libertà fondano tutti i sistemi di potere.

MULTICONTRARIETÀ

Una frase “multicontraria” racchiude in sé l’affermazione e la negazione unitamente alla non affermazione e alla non negazione: il tutto e il nulla, il sì e il no, l’avversione e la disponibilità.

Una frase multicontaria è in grado di esaurire l’intera realtà.

E’ sufficiente essere in grado di pronunciarla.

Un corpo multicontraio è un corpo anche morto

Un pensiero anticontrario è un pensiero intraducibile in parole.

Un sentimento anticontrario è desolante.

Una società anticontraria è l’unica che conosciamo.

INVIDIA, RISENTIMENTO, GELOSIA

  1. INVIDIA E RISENTIMENTO

Esistono due stati del corpo/ mente – potremmo anche chiamarli passioni o complessi motivazionali – che non sono tristi, o non solamente tristi, bensì oscuri.

Si tratta dell’invidia e del risentimento.

In effetti, l’invidia può essere inclusa in quel contenitore psicoemozionale chiamato appunto risentimento.

Le passioni tristi, seguendo l’insegnamento degli psicoanalisti Miguel Benasayag – che è anche filosofo – e Gèrard Schmit, inducono un senso d’impotenza e incertezza diffuso che orienta verso il confinamento di se stessi, nel tentativo di far fronte alle minacce esterne, reali e/o allucinatorie. 

Le passioni oscure, invidia e risentimento, invece si manifestano dopo un lungo e intenso lavorio interno e spesso rimangono al riparo da sguardi esterni, anzi talvolta non sono percepite come tali neppure dal soggetto.

Quando, tuttavia, esse emergono dai processi non coscienti e assumono connotazioni razionali, quando generano narrazioni articolate in cui il soggetto è il protagonista di eventi che non ha desiderato, anzi ha subito senza alcuna responsabilità, allora chi esperisce invidia e risentimento può proiettarsi verso l’esterno, verso la fonte della sua sofferenza o quella che crede sia tale.

L’invidiato e il referente del risentimento in questi frangenti devono stare in guardia, poiché in certi casi l’invidioso e il risentito per porre fine alla sofferenza possono decidere di eliminarli, distruggerli o sottoporli a una sorta di legge del contrappasso.

Molti comportamenti umani sono comprensibili in relazione all’invidia e al risentimento che governano quindi gran parte dei rapporti interpersonali: tra amici, sul lavoro, nelle attività ludiche e sportive, nei social network, nelle relazioni sessuali e/o sentimentali.

L’invidia e il risentimento sono talvolta palesi e vissuti con sofferenza dal soggetto che ha diverse fonti del malessere:

  1. desiderare cose che altri hanno e che non si possono raggiungere causa un senso più o meno profondo di frustrazione e impotenza che
  2. sottrae forze e capacità cognitive da impiegare nell’esistenza quotidiana, da cui tendenza all’ossessione: un’unica idea, un solo scopo colonizzano l’intera mente
  3. in tali frangenti con la reiterazione di questo stato mentale si arriva con facilità ad esaurire le forze, di conseguenza si aprono le porte alle diverse forme di depressione, il cui esito finale, per fortuna in pochi casi, può portare
  4. alla catatonia e al suicidio
  5. o in un transitorio stato d’eccezione psicofisico che, assorbendo ogni energia residua, consente al soggetto di realizzare ciò che l’invidia stessa include nel suo concetto: la distruzione dell’oggetto invidiato. Ciò è in perfetta sintonia anche con l’orientamento del risentimento che induce il soggetto a continue recriminazioni e a desiderare un risarcimento, simbolico, materiale o vitale. In quest’ultimo caso la finalità del risentimento coincide con quella dell’invidia.

L’invidia aumenta specie in una società che si fonda sulla differenza di potere economico o politico, interpersonale o tra ceti sociali, estetico, simbolico, ecc.

Se non subentra l’emulazione, basata sull’identificazione col soggetto che possiede ciò che altri non hanno, allora alla fine emerge l’invidia, ossia il desiderio che l’invidiato perda i suoi beni, la sua notorietà o perfino sia distrutto, scompaia dalla realtà. Tutto questo può accadere anche solamente nella fantasia o nei sogni, in ogni caso provoca una continua sofferenza che in qualche modo deve essere “abreagita”. Nondimeno in molti casi essa non può trovare vie di sfogo adeguate, così la sofferenza si fa sempre più acuta creando i presupposti di un profondo disagio sociale ma anche causare patologie organiche.

L’invidia più frequentemente proviene dal senso d’impotenza dell’individuo che non ha le capacità di raggiungere gli obiettivi dei soggetti invidiati.

Tuttavia è possibile che queste capacità siano invece presenti, ma siano sottoposte a un tale regime di coercizione da parte della realtà esterna (intesa come società, inclusi i rapporti interpersonali) da renderle costantemente impotenti, inabili non in senso assoluto ma contingente. In altri termini, si tratta talvolta di un’impotenza che è realmente tale non per carenze biologiche, ossia innate dell’individuo, ma in virtù di una serie di circostanze avverse e più spesso per la volontà di altri e per la differenza di potere (ogni genere di potere) tra gli individui stessi.

In questo frangente l’invidia diventa risentimento ed è giustificato non dalla debolezza di chi è incapace di ottenere i risultati desiderati – invece raggiunti dall’invidiato – ma perché quest’ultimo si è ingiustamente appropriato di ciò che non merita o usando i mezzi-privilegi di una società divisa in classi-gruppi ciascuno dei quali non possiede le medesime opportunità di partenza. Unico modo per fare un discorso etico e politico che abbia un minimo di decenza.

In definitiva c’è un’accezione dell’invidia positiva. Essa deriva da un ragionamento corretto che implica la valutazione delle caratteristiche del soggetto che invidia e quelle del soggetto invidiato. Laddove le qualità di quest’ultimo siano oggettivamente inferiori a quelle del soggetto invidiante che, nonostante ciò, è messo in condizioni d’inferiorità e di sottomissione, egli è del tutto giustificato a tradurre la sua invidia in risentimento.

Quest’ultimo, al fine di non rimanere un flatus emotionalis è sostanzialmente giustificato nel fare opera di riequilibrio, agendo verso l’ostacolo rappresentato dall’invidiato (nell’accezione appena detta: è considerato meglio di quanto non valga a detrimento di chi realmente vale).

Naturalmente può accadere che chi invidia crede di avere buone ragioni per invidiare, sentendosi così migliore del soggetto invidiato, tuttavia non sia oggettivamente tale. In definitiva gioca una certa importanza, a volte determinante, l’egocentrismo e la presunzione individuale che elabora fantasie megalomaniche che, in quanto tali, non mordono la realtà. Così l’invidioso rimane una persona di poco conto che ha fantasie di grandezza e invidia chi riesce a realizzare qualcosa avendone legittima attitudine.  

2. RIFERIMENTI

Renè Girard distingue tre forme di risentimento: il solipsista, l’anticonformista e il minimalista. Nessuna delle tre tipologie esaurisce quanto scritto nelle mie riflessioni.

Tra i tanti altri riferimenti non considerati c’è Melanie Klein che scrisse Invidia e gratitudine (1957), un saggio molto noto ma fondato su presupposti colmi  di interpretazioni fantasiose non suffragate, né suffragabili, da dati scientificamente attendibili.

Eguale trascuratezza ho avuto per le idee di Freud espresse specialmente  in Psicologia di massa e analisi dell’Io (1921), in cui fa riferimenti al primogenito quando nasce un fratello. Evento che fa emergere gelosia nei confronti dell’<estraneo> e successivamente la formazione di uno spirito gregario tra fratelli che mette a tacere l’invidia. Tale istinto gregario o sentimento di massa per Freud non è infatti originario e indecomponibile ed è più propenso a credere che “gli esordi del suo sviluppo siano rintracciabili in un ambito più ristretto, quello della famiglia ad esempio”(Op. cit., p. 262).

L’invidia come peccato capitale – il bene altrui come male proprio –  non rientra nel quadro che ho brevemente delineato – comunque non ne ho tenuto conto – perché si riferisce particolarmente a  una condizione contemplativa in cui l’individuo è inesorabilmente destinato a morirne ed è considerata appunto un peccato, secondo un preciso contesto religioso.

Neppure ho esaminato il risentimento (ressentiment)  di cui parla Nietzsche che in Genealogia della morale accusa il prete asceta di ritorcere il risentimento su se stesso. Ciò causa l’impossibilità di risalire a eventuali condizioni di ingiustizia,  conseguentemente rende impossibile ogni tentativo di ristabilire un sia pure improbabile equilibrio,  rimanendo un atomo triste isolato dalla società.

Dal canto suo il sociologo Helmut Schoeck, conservatore-liberale austriaco, nella sua opera di maggior successo L’invidia e la società (1971) scrive che “la capacità civilizzatrice di una società dipende dalla sua idoneità a temperare e canalizzare l’invidia” e sbaglia quella società che cerca di creare “la più pura eguaglianza possibile, nel presupposto errato che tale condizione corrisponda alla società non invidiosa degli eternamente puri di cuore” (Op. cit. p. 317). Queste parole evidenziano appunto la concezione conservatrice, se non reazionaria, di Schoeck che reputa l’invidia – peccato capitale connaturato all’uomo – alla radice dell’aspirazione umana all’eguaglianza.

3. GELOSIA

La gelosia si distingue dall’invidia poiché è una passione caratterizzata dalla paura di perdere qualcosa o qualcuno cui si attribuisce una straordinaria importanza affettiva, partendo dal presupposto che l'<oggetto> amato sia alla portata del soggetto geloso, sia alla mano, sia posseduto. Di conseguenza, chiunque metta a repentaglio tale ”possesso” rappresenta un nemico contro cui combattere.

La gelosia, dunque, nasce dall’avere già, o credere di avere già, un oggetto d’amore messo in dubbio da un contendente il quale, realmente oppure no, ambisce al medesimo bene non possedendolo ancora, differenziandosi così dall’invidia (non avendo si ambisce di avere).

Il senso del possesso o di proprietà è un portato della società basata sulla proprietà privata che oggettifica ogni cosa, persino le persone, conseguentemente rende oggetto anche un sentimento e la persona che lo ispira.

L’oggetto amato diventa così una merce che può essere scambiata con altre merci, finanche con posizioni di potere. Il matrimonio stesso è stato ed è ancora in alcuni casi un’istituzione fondata sugli interessi delle parti e delle loro famiglie e non piuttosto sull’amore espresso dai potenziali coniugi.

Una gelosia naturale è prevista e, in quanto tale, dovrebbe esprimersi con un’intensità moderata, rappresentando in talune circostanze una sorta di gioco dei sentimenti che a tratti sono messi in dubbio e subito dopo riaffermati, in un dinamismo dove i sentimenti, appunto, vengono avvertiti più profondamente – eventualmente moltiplicandosi – proprio a causa dell’oscillazione tra dubbio e rinnovata certezza. Ciò si contrappone alla piattezza del sentimento sicuro – o che si giudica tale – il quale non offre appunto nessuno spunto per rinfrancarlo, rendendolo più vitale. La questione da risolvere, in questo caso, è stabilire il giusto mezzo, ossia la giusta misura del dubbio sopportabile ed essere in grado di neutralizzarlo con la debita quantità di rassicurazioni.

La gelosia può essere sintomo di un disagio interiore più generale in grado di causare invalidità (a sé e agli altri) e rappresentare il nucleo fondante di una psicosi paranoide (disturbo paranoide di personalità).  

Il soggetto si sente sotto attacco costante e tutti i suoi punti di riferimento, anche e spesso specialmente, le sue relazioni sentimentali sono costantemente monitorate, controllate affinché egli non abbia la sensazione lacerante di perdere l’amato/a.

In verità certe volte nessuna rassicurazione ha effetto, così s’instaura un continuo processo non tanto ai fatti ma alle intenzioni (vere e/o presunte) per cui la persona gelosa, o meglio il geloso incluso in una sindrome paranoide, non è mai soddisfatto delle rassicurazioni anche oggettive che gli vengono riferite.

Il geloso paranoide auspica di essere tradito. In alcuni casi sembra proprio così.

Vuole avere ragioni plausibili (in realtà inventate) per colpire la persona di cui ha gelosia che diventa un capro espiatorio. A questi livelli il senso d’impotenza dell’individuo e la sua sofferenza interiore non possono essere placati da alcuna rassicurazione razionale. Il rapporto del geloso paranoide con se stesso, con la persona “amata”, con gli altri viene annullato. A questo punto egli rimane preda dei suoi fantasmi distruttivi chiudendosi in un’inaccessibile autoisolamento e talvolta si avvia verso una più o meno profonda depressione.

La gelosia, quando è inclusa in una sindrome  paranoide, e si manifesta in soggetti violenti, con la presunzione di essere i numeri uno (non essendolo mai) e aventi ruoli dominanti – in famiglia o nella società – può essere causa di azioni criminose.

La condizione dell’uomo nella società patriarcale favorisce un falso senso dell’onore per cui la persona amata, o che crede di amare, se è oggetto di gelosia – o vuol sottrarsi al rapporto – talvolta induce l’uomo ad azioni aberranti.  

Vi sono, tuttavia, casi più rari di donne, transessuali, LGBT che hanno il medesimo comportamento: il patriarcato può avere diversi attori in grado di renderlo operante e in definitiva il fattore che meglio lo identifica è il possesso del potere di qualcuno sul prossimo.

Ricordiamo che il delitto d’onore era fino a qualche decennio fa sottoposto a una pena minore rispetto al delitto stricto sensu.

L’invidia, come abbiamo accennato poc’anzi, si basa sul mancato possesso dell’oggetto d’amore – facendo riferimento a una terminologia psicoanalitica – che, invece, è posseduto da altri. Questa disparità genera il rancore verso questi ultimi la cui presenza costituisce un continuo attacco all’amor proprio, inducendo la produzione di sogni e desideri continuamente frustrati dalla realtà. Per mettere fine a questo dinamismo causante logorio mentale, l’invidioso, quando esprime al massimo grado il suo stato mentale, desidera la distruzione dell’invidiato.

Risentimento e invidia, a ragion veduta possiamo includere anche la gelosia, sono passioni oscure che, ciascuna con modalità proprie, possono causare azioni distruttive, destrutturare le menti, finanche determinare la morte.

 Bibliografia minima e casuale

Miguel Banasayag; Gèrard Schmit (2003), L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2005.

Miguel Banasayag (2015), Oltre le passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2020.

Sigmund Freud (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’Io, in Opere, vol. 9, Boringhieri, Torino, 1977.

Renè Girard (1976), Il risentimento, Raffaello Cortina Editore,Milano, 1999.

Melanie Klein (1957), Invidia e gratitudine, Martinelli Editore, Firenze, 1969.Friedrich Nietzsche (1887), Genealogia della morale, Adelphi, Milano, 1984.

Helmut Schoeck (1971), L’invidia e la società, Rusconi Editore, Milano, 1974.

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LO PSICOFASCIO (o psicofascista)

La struttura caratteriale psicofascista ha peculiarità analoghe a quella fascista descritta per la prima volta da Wilhelm Reich in “Psicologia di massa del fascismo”, pubblicato nel 1933, quando Hitler assumeva il potere in Germania.

Lo “psicofascista” o “psicofascio” ha le seguenti caratteristiche:

a) Non sa di essere fascista.

b) Talvolta s’identifica politicamente con la sinistra, l’estrema sinistra o anche con posizioni antiparlamentari.

c) È animato da presunzione e insipienza: spesso non ha sufficiente preparazione per dibattere su un argomento ma si comporta come se fosse in possesso di verità incontrovertibili.

d) È incapace di confrontarsi correttamente sul piano discorsivo, quindi logico, dialettico e oggettivo. Se è invitato a farlo la sua incapacità di fondo innesca una reazione irrazionale che lo indirizza verso un dogmatismo preesistente che a ogni occasione diventa sempre più radicale. Tale dogmatismo riguarda le sue idee pregresse, costruite senza confronto alcuno ed enfatizzate fino a renderle granitiche. A questo punto non è più possibile alcun confronto perché in luogo delle idee compare la fede. Detto altrimenti, quest’ultima assume le sembianze di un discorso razionale non potendolo essere perché è impermeabile al processo di verificazione – tantomeno a quello di falsificazione (volendo esser più precisi ed evocando il Popper di “Logica della scoperta scientifica” (1934) – alla ragione argomentativa e coerente.

e) Con estrema facilità e in breve tempo compare la foga di voler avere ragione a tutti i costi in un crescendo di aggressività verbale (e a volte fisica) che non manca mai di usare l’<argumentum ad personam> (o ad hominem), una strategia retorica che tenta di fuorviare l’argomento del confronto contestando l’interlocutore stesso.

f) Lo psicofascio è mosso da due stati della mente – passioni – oscure: l’invidia e il risentimento.La prima emerge se questi ravvisa di essere in difetto nei confronti dell’interlocutore o di non avere conoscenze e capacità dialettiche sufficienti per portare a termine una discussione. Il risentimento sopravviene aumentando l’aggressività, poiché lo psicofascio immagina che l’interlocutore abbia capacità che lui non possiede a causa dell’interlocutore stesso, che in qualche modo gliele ha “estirpate”. Risentimento chiama odio e aggressività in costante progressione. A questo punto subentra quella “figura” oramai nota che alcuni chiamano “odiatore” e che manifesta la sua ostilità specialmente sui social media.

g) Lo psicofascio ha la tendenza a “proiettare” sugli altri, sull’interlocutore, tutti i vissuti che lo fanno appunto essere uno psicofascio.

h) Di frequente lo psicofascio vive in solitudine, di sicura la sua solitudine è intellettuale e quando proprio gli va male è disarticolato anche dai legami affettivi.

i) Lo psicofascio è affetto dalla sindrome del bastian contrario indefesso: vuole avere ragione nonostante i suoi argomenti siano solamente farfugliamenti inconsistenti ma che a suo vedere sono gli unici che riescono a vedere la verità, anzi la Verità.

j) Lo psicofascista è spesso ignorante e come tutti gli ignoranti non sa di esserlo anzi non sa neppure che ci sia un mondo di “cose” da sapere. Ne conosce qualcuna e pensa che esaurisca ogni realtà possibile. A tutti sarà capitato di incontrare un soggetto del genere.

LO PSICOFASCISTA (O PSICOFASCIO)

La struttura caratteriale psicofascista ha peculiarità analoghe a quella fascista descritta per la prima volta da Wilhelm Reich in “Psicologia di massa del fascismo”, pubblicato nel 1933, quando Hitler assumeva il potere in Germania.

Lo “psicofascista” o “psicofascio” ha le seguenti caratteristiche:Non sa di essere fascista.

2. Talvolta s’identifica politicamente con la sinistra, l’estrema sinistra o anche con posizioni antiparlamentari.

È animato da presunzione e insipienza: spesso non ha sufficiente preparazione per dibattere su un argomento ma si comporta come se fosse in possesso di verità incontrovertibili.

È incapace di confrontarsi correttamente sul piano discorsivo, quindi logico, dialettico e oggettivo. Se è invitato a farlo la sua incapacità di fondo innesca una reazione irrazionale che lo indirizza verso un dogmatismo preesistente che a ogni occasione diventa sempre più radicale.  Tale dogmatismo riguarda le sue idee pregresse, costruite senza confronto alcuno ed enfatizzate fino a renderle granitiche. A questo punto non è più possibile alcun confronto perché in luogo delle idee compare la fede. Detto altrimenti, quest’ultima assume le sembianze di un discorso razionale non potendolo essere perché è impermeabile al processo di verificazione – tantomeno a quello di falsificazione (volendo esser più precisi ed evocando il Popper di “Logica della scoperta scientifica” (1934) – alla ragione argomentativa e coerente, nonché alla chiarezza di quanto è sostenuto dallo psicofascio.

Con estrema facilità e in breve tempo compare la foga di voler avere ragione a tutti i costi in un crescendo di aggressività verbale (e a volte fisica) che non manca mai di usare l’<argumentum ad personam> (o ad hominem) , una strategia retorica che tenta di fuorviare l’argomento del confronto contestando l’interlocutore stesso.

Lo psicofascio è mosso da due stati della mente – passioni – oscure: l’invidia e il risentimento.

La prima emerge se questi ravvisa di essere in difetto nei confronti dell’interlocutore o di non avere conoscenze e capacità dialettiche sufficienti per portare a termine una discussione.

Il risentimento sopravviene aumentando l’aggressività, poiché lo psicofascio immagina che l’interlocutore abbia capacità che lui non possiede a causa dell’interlocutore stesso, che in qualche modo gliele ha “estirpate”. Risentimento chiama odio e aggressività in costante progressione. A questo punto subentra quella “figura” oramai nota che alcuni chiamano “odiatore” e che manifesta la sua ostilità specialmente sui social media. 

7. Lo psicofascio ha la tendenza a “proiettare” sugli altri, sull’interlocutore, tutti i vissuti che lo fanno appunto essere uno psicofascio.

8. Di frequente lo psicofascio vive in solitudine, di sicura la sua solitudine è intellettuale e quando proprio gli va male è disarticolato anche dai legami affettivi.

9. Lo psicofascio è affetto dalla sindrome del bastian contrario indefesso: vuole avere ragione nonostante i suoi argomenti siano solamente farfugliamenti inconsistenti ma che a suo vedere sono gli unici che riescono a vedere la verità, anzi la Verità.

10. Lo psicofascista è spesso ignorante e come tutti gli ignoranti non sa di esserlo anzi non sa neppure che ci sia un mondo di “cose” da sapere. Ne conosce qualcuna e pensa che esaurisca ogni realtà possibile.

SFIDUCIA VERSO I MEDICI, I VACCINI, LA MEDICINA, LA SCIENZA


Talvolta leggo che intellettuali e filosofi “forse” esprimono un “dogmatismo assoluto” liquidando aprioristicamente “l’ipotesi molto probabile che vi fosse [vi è] un legame tra vaccino e morti” (citazioni da un post del filosofo Simone Regazzoni).

Ma i medici, quindi la medicina e il metodo scientifico, non possono mai essere dogmatici, né escludere a priori relazioni di causa ed effetto non previste e nemmeno scartare con certezza una possibile relazione tra vaccini e decessi (che sono sostanzialmente vicini allo 0 %).

In verità, si deve sempre parlare in senso statistico, così possiamo sapere con qualche certezza che esiste un legame esiguo (statisticamente, per l’appunto) tra morti e vaccini. Sarebbe buona norma evitare di strombazzare quei casi esigui appunto che, essendo sempre menzionati, assumono l’importanza che non hanno.

Da più di un anno stiamo vedendo cosa significa fare ricerca alla luce dei media: ognuno interpreta come vuole senza avere cognizione di causa e il terrorismo psicologico si diffonde.

I ricercatori, seppure talora sbagliassero – segnatamente quando fanno congetture sul futuro o compaiono con troppa frequenza nei programmi televisivi – in fondo si attengono mediamente al loro metodo d’indagine: identificare un problema (virus, Covid-19, efficacia di un vaccino, di un farmaco, ecc.), elaborare un’ipotesi cercando di confermarla sperimentalmente. All’occorrenza sottoponendola anche a falsificazione, ma gli scienziati non si attengono quasi mai alle “prescrizioni” filosofiche, di Popper in questo caso.

Non si tratta di alcuna “farsa” e neppure dell’arroganza di un sapere, come qualcuno afferma, casomai si dovrebbe parlare dell’arroganza di qualche scienziato.

Insomma, per comprendere cosa sta capitando nella realtà, nella fattispecie capire i problemi connessi con la pandemia, occorre attenersi alla scienza, alla medicina, al metodo scientifico e in base a tutto questo elaborare poi un discorso più ampio, a trecentosessanta gradi, pertinente alla filosofia, alla sociologia; poi, calandosi nella pratica quotidiana, alla politica.

Non si deve essere corrivi nel giudicare ciò che non si conosce a sufficienza e nemmeno si può imputare genericamente a certe categorie professionali e/o intellettuali gli errori che non fanno, casomai identificare e “provare” quelli di cui sono responsabili.

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PER CHI AVVERSA LA SOCIETA’ IPERCAPITALISTA

Lo stato, liberista o autoritario, prescrive la vaccinazione.

Chi si sente di sinistra – si escluda, ovviamente, il centromioddiosinistro, orientato all’interesse del momento – di estrema sinistra, il comunista, l’anarchico, il critico militante (lasciando fuori il bastian contrario indefesso) è necessario non si vaccini, per essere coerente con la propria “fede” antisistema?

Di seguito pongo altri quesiti rivolti ai medesimi soggetti poc’anzi menzionati.

Lo stato dice di lavarsi le mani.

Di conseguenza, per essere coerenti con le proprie idee, è necessario non lavarsele?

Lo stato si basa sulle competenze mediche e scientifiche.

Quindi bisogna essere anti scienza e contro la metodologia medica?

Lo stato dice che gli ammassamenti di persone facilitano la trasmissione interpersonale del virus.

È indispensabile ammassarsi, fregandosene del contagio?

Lo stato e la medicina affermano che i ristoranti (un esempio tra i tanti) sono un terreno fertile per la moltiplicazione dei contagi e che devono rimanere chiusi. Occorre essere favorevoli della riapertura dei ristoranti?

Queste domande sono pertinenti perché qualcuno, opponendosi alla struttura capitalista – che vuol essere l’ultima e definitiva società storica[1] – sente il dovere di contrapporsi a qualsiasi emanazione statale[2].

Così per sentirsi liberi e antagonisti sarebbe opportuno semplicemente osservare ciò che prescrivono le istituzioni statali e fare il contrario.

Lo stato e il capitalismo, tuttavia, permeano l’intera società. Anche l’amore, la salute, il benessere, l’eventuale felicità, il tetto di cui disponiamo, il cibo, la stessa vita.

Non per questo è necessario contrastare questi fenomeni che fanno parte intrinseca dell’esistenza.

Semmai è indispensabile renderli più funzionali alla libertà in una società che allontani da sé lo sfruttamento del lavoro, l’accumulazione del capitale e la struttura gerarchica dei rapporti interpersonali.[3]


[1] Thatcher e Fukujama credono che la storia oramai sia giunta al termine e che il capitalismo liberliberista sia intramontabile. L’eterno ritorno dell’eguale.

[2] Ricordo che il tipo di stato in definitiva è il risultato della negoziazione tra le varie forze del capitale economico e finanziario. Non esiste ancora lo “stato minimo” o l’assenza di stato predicato dall’<anarcocapitalismo>, specie dei “libertarian” americani. Invece esistono gli stati democratici, le monarchie costituzionali, gli stati illiberali “comunisti”, le dittature fasciste, ecc.

[3] L’articolo inizialmente era rivolto agli anarchici che hanno elaborato una teoria sociale fondata sulla critica allo stato.

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PATRIMONIALE RADICALE

A questo punto diventa decisivo, per uscire dalla crisi sociale che sta facendosi sempre più pressante, elargire i cosiddetti ristori, termine che non è adeguato al fenomeno in questione, anche perchè evoca i “ristoratori” e questi non fanno certamente parte delle categorie più sofferenti (realmente sofferenti); parlo di quelli che hanno dipendenti, escludendo i ristoratori a conduzione familiare.

Insomma, la gente che è in crisi col lavoro deve essere sostenuta con i soldi dello stato. E ce ne sono in quantità, anche senza sottrarli agli armamenti, e pensare a questo aumenta il senso di disgusto e di rivolta verso le istituzioni statali. Tuttavia se per pura ipotesi non ci fossero risorse adeguate, l’altro serbatoio da cui attingere è costituito dai capitali privati (mobiliari e immobiliari).

La proprietà privata, mi riferisco a quella oltre una certa soglia (diciamo 300-400 mila euro, compreso il valore dell’abitazione di proprietà, ma i criteri sono da valutare, è importante il principio), deve aprirsi ai meno abbienti, per equilibrare quel tanto che è possibile l’iniquità distributiva, anch’essa in forte incremento da qualche tempo.

Si tratta, in altri termini, di realizzare la cosiddetta patrimoniale, una patrimoniale drastica e senza mezze misure.Lo so, è un “dover essere”, ma se non si traduce in “essere” sono guai per la popolazione italiana.

Del resto problemi analoghi sono presenti in quasi tutte le nazioni del globo e in alcune di esse la situazione è assai grave.La gente protesta, manifesta, è ovvio quindi che accadano anche fatti di una certa gravità.

Per placare gli animi, per rendere giustizia a chi non può più andare avanti è necessario, ripeto, ridistribuire le risorse statali o, in alternativa, le risorse delle classi abbienti che diverrebbero un po’ meno abbienti.

Poveretti, quanta sofferenza dovranno (dovrebbero) patire!

PREMI LETTERARI E DESTRISMO

Lorenzo Vitelli, l’autore dell’articolo “Aboliamo lo Strega (e tutti i premi letterari)!” è cofondatore della rivista on line “L’intellettuale dissidente” (rivista genericamente ribelle, con posizioni né di sinistra, né di destra e quindi di destra).

Credo che i premi letterari siano in gran parte una farsa; segnatamente quelli più noti siano in mano all’intellighenzia delle case editrici e degli scrittori meno scomodi al sistema capitalista.

In generale, comunque, tutti i concorsi rappresentano una modalità di diffondere le proprie creazioni letterarie che induce qualche perplessità. Di certo, istigano all’ideologia del numero 1, al vincitore che a volte è soltanto il migliore dei peggiori. Questa ideologia non è certo altra allo spirito della rivista che punta alla diversificazione degli individui (è ovvio che siano differenti, ma non per questo si giustifica il potere dei migliori a tutti i livelli siano presi in considerazione) piuttosto di considerare l’iniquità distributiva e gli eguali punti di partenza. L’intellettuale dissidente coopta idee, posizioni, credenze tratte ad esempio dai tanti Evola, Guenon, Spengler, Junger (ah, l’anarca!), Evola, finanche dal Bakunin ancora non anarchico e influenzato solamente da un impreciso spirito rivoluzionario.

Ancora Malaparte e Plebe con loro essere tuttologi politici ma sempre e sostanzialmente aristocratici, ossia invasi dall’ideologia gerarchica e con alle spalle fortune economiche acquisite per vie ereditarie. Magari Tarchi, De Benoist, Veneziani, Massimo Fini, (Diego Fusaro?), ciascuno col loro particolare essere di destra, oggettivamente di destra, pur rifiutando talvolta il troppo facile (per loro) incasellamento.

Si tratta forse di un ambito cui si può ascrivere la gramsciana “reazione rivoluzionaria”? Di avvicinamenti alla “quarta teoria politica” di Dugin e Limonov?

O ancora si tratta di una riesumazione della rivoluzione conservatrice di Hugo von Hofmannsthal, Schmitt, degli stessi Junger e Spengler, di Benn, George, arrivando ad Heidegger?

In fondo, e semplificando, si tratta del fascismo originario – dello squadrismo dei Sansepolcristi – o del fascismo dell’ultima ora – le camicie nere della RSI – ideologie reazionarie costruite su un socialismo mal digerito e comunque anticomunista, anti sovietico, nazional gerarchico, sovranista. In altri termini, siamo nell’ambito del pensiero di destra, inutile battibeccare su questo giudizio che all’apparenza sembra superficiale e corrivo.

Ben altra è la critica radicale al sistema e allo stato capitalisti – ipercapitalismo, neoliberismo, libertarianesimo – considerata procedendo dallo sfruttamento del lavoro, dall’accumulazione del capitale e dallo spirito gerarchico e aristocratico.

In un altro articolo, Vitelli predica anche la figura del “reazionario” ammantandolo di belle parole e facendo una confusione magistrale causata essenzialmente da due motivazioni, compresenti o in alternativa:

a) ignoranza storica, filosofica, politica, sociale del termine-concetto “reazionario”.

b) malafede, ossia mascheramento del proprio destro-fascismo con tesi confusionarie orientate a confondere, appunto, gli animi (la coscienza individuale e delle moltitudini).

Molti altri sarebbero i commenti riguardo a questa tematica di cui mi sono interessato altrove.

Oppure non è così?

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VACCINARSI

Non ci si lascia inoculare il vaccino, passivamente, come se si seguisse un ordine imposto dalle autorità. Non esiste una dittatura sanitaria (almeno al momento). Quelli che si credono i più furbi osteggiando la vaccinazione, che conoscono la VERITA’ (poracci), che conoscono le trame della società ipertecnologica, che simulano atteggiamenti di rivolta, in realtà sono  i soliti imbecilli in cerca di senso autoidentitario impossibile da raggiungere.

Si decide di fare il vaccino, diffondendo questa pratica sociale e medica (i sanitari che non lo vogliono fare sono delle merdacce, non ci sono altre parole).

Chi in silenzio non vuole vaccinarsi per ignoranza, per paura, per menefreghismo rimane al di fuori della critica, ma chi non fa il vaccino sbandierando una cazzosissima libertà o sentendosi al di fuori delle cosiddette masse consenzienti è una brutta persona (direi qualcosa in più ma evito per decenza) che per giunta si adegua alla società iperliberista che vuole un individuo fine a se stesso, chiuso nel suo individual-egoismo.

Insomma, le teste vuote – onnipresenti e tuttavia in numero esiguo, seppure chiassoso – sono al servizio del sistema e non solo in una pandemia, che poi passerà.

Infatti, la mentalità di certe persone, che si è irrobustita durante la pandemia, appunto, permarrà nel tempo contrastando le spinte sociali eventualmente orientate a veri e sostanziali cambiamenti, rinforzando le fila del ribellismo destroso.

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PANDEMIA STATOLATRA?

I ribellomani del penis continuano a sbraitare.

Vogliono riaprire locali, straparlano di dittatura sanitaria (non conoscono il significato di “dittatura”, nè conoscono i principi su cui si basa la medicina e la scienza in generale), di imposizioni governative, di pandemia statolatra.

Insomma, sono dei cazzocazzoni alla ricerca di visibilità e politicamente si collocano a destra, all’estrema destra, anche senza saperlo.

Così favoriscono le condizioni per una vera dittatura in cui loro saranno i lacchè.

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AUTOREVOLEZZA E TRASFORMAZIONE SOCIALE.

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Per conoscere e capire i fenomeni sociali (e non solo) occorre studiare, quindi far riferimento al pensiero di qualcuno cui si attribuisce una specifica autorevolezza.

Passo dopo passo si dovrebbe (si dovrebbe, ripeto) giungere a una coscienza sociale – una volta si diceva “coscienza di classe” – che induca la gente, i lavoratori, ad agire affinchè si possano cambiare sostanzialmente le strutture sociali, eventualmente in modo rivoltoso e rivoluzionario.

Detto altrimenti, rendendoli capaci di trasformare il “macchinario sfruttatorio” in una sorta di organismo sociale complesso fondato sull’equanimità e via dicendo.

L’ostacolo più grande, granitico, è nondimeno rappresentato dagli ingenti capitali di proprietà dei medi e grandi capital-finanzieri. Decongestionare tali capitali, rendendoli pubblici è il maggior “problema” da affrontare.

Un problema tanto grande che sembra insormontabile e così qualcuno (Fukujama, la Thatcher, ecc.) ha affermato che il capitalismo, l’ipercapitalismo è la “fine della storia”.

Bisogna fare come se non fosse così, ovviamente e, in aggiunta, non accontentarsi mai dei cosiddetti percorsi spirituali che incrementano la soggettività autoreferenziale, ossia la struttura caratteriale conforme all’ideologia neoliberista.

La situazione si complica ancor più se si pensa, come fanno taluni, che chi è in cattedra è funzionale al sistema e, neutralizzando il dissenso, lo svuota delle energie che dovrebbero essere impiegate nell’azione.

Ancora una volta non è possibile fare a meno di osservare un “blocco unico” in cui ogni elemento che lo costituisce è solidale, organico, con gli altri.

La sovrastruttura dipende, è influenzata, dalla struttura economica di base che a sua volta è condizionata da quella e l’ipercapitalismo domina i corpi e le menti della gente.

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INFORMAZIONI NECROFILE.

E’ sempre necessario che l’informazione sia corretta ed equilibrata – oltreché comprovata scientificamente – pertanto si devono citare i casi (eventualmente uno per uno, così si comprende l’effettiva consistenza della situazione malati, morti, guariti, mai infettati) che dopo esser stati vaccinati non sono incorsi nella Covid-19.

Non soltanto le morti sospette per reazioni avverse al vaccino. E bisogna citare anche le statistiche, specialmente inglesi e israeliane (le nazioni che hanno vaccinato di più e di cui si conoscono i dati).

Capisco che citare i casi di guarigione, di non malattia o d’immunità sia difficoltoso, ma se non si è in grado di farlo è capzioso, scorretto, antiscientifico e terroristico dal punto di vista psicologico, riportare i casi (numericamente esigui) che hanno presentato reazioni avverse (spesso soltanto ipotizzate) dopo la vaccinazione.

Insomma, i pruriti mortiferi di qualcuno non devono essere incrementati da certe notizie soltanto perché queste ultime attirano l’attenzione sulla testata giornalistica e sul giornalista che diffondono notizie del genere.

L’iperinformazione (“infodemia”), tanto più se di carattere necrofilo, causa, anzi aumenta, il disagio della gente: devono sempre essere identificati e stigmatizzati i responsabili di questo gioco al massacro.

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SCIE CHIMICHE, PANDEMIA E TESTE VUOTE

Alcune teste vuote (“complottomani” vari) credono che le cosiddette scie chimiche debbano includersi in programmi segreti, governati da poteri occulti per gestire e influenzare la radiazione solare (Solar radiation management).  Il tutto finalizzato alla gestione generale del clima.  

Tale ipotesi (in realtà fede)  è stata sottoposta, nel 2016 alla  revisione paritaria  che ha stabilito essere inconsistenti le prove a suo sostegno. (cfr. Christine Shearer, Mick West, Ken Caldeira, and Steven J Davis, Quantifying expert consensus against the existence of a secret, large-scale atmospheric spraying program in Environmental Research Letters, vol. 11, n. 8, IOP Publishing Ltd, 10 agosto 2016, DOI:10.1088/1748-9326/11/8/084011/.).

Altre teste vuote sono convinte che non vi sia alcuna pandemia. Che il SarsCov 2 sia un virus poco aggressivo e che al massimo causi una sindrome simil influenzale. Altresì sono certi che la pandemia venga usata dal potere degli stati (che stranamente sarebbero tutti concordi) per creare una dittatura sanitaria avente non specificate finalità. Queste non appaiono chiare per nulla anche perché il neocapitalismo rampante non vuole che i mercati siano sofferenti e lo sono se la gente ha difficoltà nel fare acquisti, relegata in casa e con i centri commerciali spesso chiusi.

Ovviamente vi sono settori che invece hanno visto incrementare enormemente i profitti: Amazon, holding farmaceutiche, aziende che forniscono prodotti sanitari come le mascherine e i liquidi antiinfettivi, ecc..

I complottomani con la testa vuota cadono dunque in una contraddizione evidente.

Le scie chimiche esistono e sono uno strumento dei “poteri forti”: ciò che non esiste, esiste.

La pandemia non esiste essendo solamente uno strumento d’intimidazione nelle mani dei poteri forti: ciò che esiste, non esiste.

Non si può pretendere che questa contraddizione sia valutata per quello che è da parte di chi è privo di capacità cognitive adeguate e tuttavia è una contraddizione curiosa che, se non altro, dimostra quanto sia variegata la credulità che talvolta induce certi sprovveduti a credere che non esista qualcosa su cui non vi sono dubbi di sorta, in altri frangenti che esista qualcos’altro di cui non c’è alcuna evidenza.

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NÈ LIBERO, NÈ SCHIAVO: INESISTENTE

Gli stati non possono fare a meno della scienza, della tecnica (tecnoscienza), così la sfruttano a dovere.

La prevenzione delle malattie non crea sufficienti profitti di conseguenza non è un ambito interessante per i capitalisti.

Ora c’è un margine aggiuntivo di profitto poiché le vaccinazioni sono diffuse nel mondo intero, ma la vera prevenzione fatta di ospedali e presidi medici sul territorio (che magari non sono utilizzati per anni ma devono essere pronti in caso di eventi eccezionali con costi ingenti) rimane ancora un sogno.

Poi parte una pandemia e tutto assume l’aspetto di tragedia, che può essere prevenuta  con le conoscenze scientifiche che abbiamo.

L’urbanizzazione, la “turistizzazione” e le migrazioni obbligatorie (fame, guerre, ecc.) sono terreni e fenomeni che favoriscono la pandemia ma tutto questo è in atto e non ci sono a breve strumenti per far fronte alla pandemia se non le vaccinazioni o l’isolamento del singolo che in tali frangenti non propaga ad altri i virus che albergano nel suo organismo.

Tuttavia quest’ultima possibilità non sembra possa diffondersi, comunque causa danni da isolamento, non è sociale, insomma si tratterebbe di incrementare ancor più la figura dell’atomo ipercapitalista, individualista ed egoista (altro dal mutuo appoggio studiato da Pietr Kropotkin e da Lynn Margulis), questa volta davvero confinato in se stesso.

Presumibilmente non infetto, non infettante, ma invaso dai deliri del suo mondo autoreferenziale.

Nè libero, nè schiavo: inesistente.

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IGNORANZA E OBBLIGO

1.

La risoluzione 2631 dell’Assemblea Parlamentare Europea (data 27/01/2021) recita:

«7.3. pour ce qui est d’assurer un niveau élevé d’acceptation des vaccins

7.3.1. de s’assurer que les citoyens et citoyennes sont informés que la vaccination n’est PAS obligatoire et que personne ne subit de pressions politiques, sociales ou autres pour se faire vacciner, s’il ou elle ne souhaite pas le faire personnellement»

«7.3. per garantire un elevato livello di accettazione dei vaccini

7.3.1. occorre garantire che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno subisca pressioni politiche, sociali o di altro tipo per farsi vaccinare, se non vuole farlo personalmente».

2.

Certo, la gente deve essere informata, ma cosa dire delle continue lamentele riguardo agli esperti che compaiono quotidianamente in TV?

In quanto tali essi usano argomentazioni scientifiche, basate sui dati e l’esperienza medica.

Il metodo scientifico, tanto più se si esprime a livelli specialistici, come nel caso della virologia, dell’immunologia e della tecnologia vaccinica a mRNA, non è per nulla diffuso. A scuola si studiano materie scientifiche ma rimane ancora nebuloso il metodo scientifico in quanto tale: la ricerca di dati verificabili e ripetibili, la matematizzazione delle leggi che regolano i fenomeni, la previsione statistica.

Immersi in questa ignoranza di fondo è difficile pensare che la gente possa essere informata debitamente e che, in base alle conoscenze acquisite, sia in grado di giungere a un’idea oggettiva e priva d’influenze emotive, ideologiche o di altro genere riguardo alla vaccinazione contro il SarsCov-2 o rispetto ad altri argomenti di eguale importanza (innalzamento temperatura dell’aria e dell’acqua, inquinamento, uso delle energie cosiddette pulite, ecc.).

 Insomma, è difficile valutare dei dati scientifici senza avere conoscenze pregresse o senza impegnarsi a fondo – con serietà e senza pressapochismo veloce – per riuscire a raccapezzarsi nel magma delle informazioni lette o ascoltate  sui media. Al solito è necessario aver studiato o cominciare a farlo con passione (specie leggendo libri).

Nonostante tutto le informazioni bisogna che siano diffuse.

E lo sono.

Si parla ripetutamente, ogni giorno, da più di un anno, di pandemia e di tutti i risvolti ad essa collegati. E’ possibile sentire le posizioni dei maggiori ricercatori a livello mondiale basta accedere a Youtube, ad esempio.  Tuttavia proprio questa estrema facilità di fagocitare informazioni causa disfagia, dispepsia, a volte nausea e vomito. A volte allucinazioni favorite dalle idee deliranti di certi espertucoli da strapazzo  che veicolano panacee universali (a suon di papaya, aranci,  decotti steineriani, esercizi di meditazione, rimedi sapienziali, bicarbonato di sodio, ecc.).  

Talora gli scienziati, i ricercatori, esprimono opinioni (in quanto tali soggettive e non inequivocabili)  facendo congetture sul futuro di una cura, della pandemia stessa.

In questi casi talvolta si vedono delle differenze anche importanti tra loro, ma siamo nell’ambito delle opinioni, non delle certezze scientifiche (sempre comunque modificabili: la scienza si basa su prova ed errore). Poiché il futuro è comunque ancora da accadere, è ovvio che si parli in senso statistico – congetturale. Le differenze tuttavia non vanno enfatizzate, come invece molti fanno per denigrare la medicina, la scienza e via dicendo.

L’opinione, come insegna la filosofia greca, non è basata sulla scoperta della relazione di causa ed effetto che invece dà luogo all’episteme, alla conoscenza. Parmenide parlava di “sentiero del giorno”e “sentiero della notte”.

L’opinione manca di questa fondamentale caratteristica della conoscenza, la relazione causale, quindi rimane in balia delle emozioni e dei gusti personali, tuttavia può offrire qualche dato conoscitivo se, in conformità a conoscenze e dati precedenti, si emette un’ipotesi sul futuro che rimane ipotesi anche se statisticamente e col senno di poi è corretta, ossia è congruente con i fatti  avvenuti (che avverranno dopo la previsione).

Solo la conoscenza del metodo scientifico permette di valutare i dati riguardo alla pandemia e alla vaccinazione. Ove esso sia cosa sconosciuta si aprono scenari d’ignoranza che possono facilmente essere influenzati da “pressioni politiche, sociali o di altro tipo”.

E’ certo (opinione sul futuro) che in conseguenza di cognizioni corrette e ben comprese la scelta della vaccinazione sia la migliore, poiché, se non altro a livello statistico, induce più benefici ai singoli e alla comunità. In questo caso non sarebbe necessaria alcuna obbligatorietà. Ma la realtà dimostra che alcuni siano contrari alla vaccinazione e ancor più alla sua obbligatorietà.

Si ripropone il solito dilemma della libertà (deve essere libero chi vuole opprimere, ossia essere libero di opprimere). È una questione difficilmente risolvibile e che in modo pragmatico – senza ulteriori teorizzazioni dialettiche-  induce i governi a limitare i disagi alla maggior parte della gente. In questo caso introducendo l’obbligo vaccinale almeno finché la maggior parte della popolazione non comprenda che è una pratica medica assolutamente indispensabile specie in una civiltà come la nostra che si basa sull’urbanizzazione folle,  la turistizzazione forsennata e l’<obbligatorietà> delle migrazioni.

Del resto, a nessuno piace che si introducano sostanze estranee nel proprio corpo, essere oggetto di eutanasia, effettuare l’aborto, ma in presenza di determinate  circostanze queste pratiche sono indispensabili e lo sono anche se non fossero sottoposte agli ordinamenti giuridici, come accade in Italia per l’eutanasia o per l’aborto in molti paesi arabi.

3.

Il Consiglio d’Europa per altro ha deciso il 27.01.2021 nella sua risoluzione 2361/2021che ” Qualsiasi obbligo di vaccinazione è ora illegale per impostazione predefinita (…), tra l’altro, che nessuno può essere vaccinato contro la propria volontà, sotto pressione “, nel contesto sulla controversia riguardo alla  vaccinazione dei caregiver  contro il Covid-19 in Francia, nella fattispecie sull’opportunità o meno di renderla obbligatoria. In Italia per il personale sanitario è stato introdotto l’obbligo vaccinale.

4.

Il termine “rivista predatoria” (“predatory journal”), coniato dal ricercatore dell’Università del Colorado Jeffrey Beall, si riferisce alle  riviste che pubblicano qualsiasi articolo dietro pagamento. Gli articoli non sono sottoposti a alcun peer-review e quindi possono contenere imprecisioni e vere e proprie castronerie. Insomma, qualsiasi cosa anche la più fantasiosa o delirante.

La “peer-review” è la procedura di valutazione e di selezione degli articoli – unitamente ai progetti di ricerca – che è effettuata da altri ricercatori specializzati nel campo attinente al merito dell’articolo o del progetto in questione.

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