LOGICA E SCIENZA VERSUS FANTASIA? Mancuso, dio e fede

DALI
Salvador Dalì

(in revisione)

La parola-concetto “fede” ha diversi contenuti semantici. Quello che uso, e sono in buona compagnia,  è “aver fiducia”. Quindi aver fiducia prevalentemente nella logica e nel metodo scientifico, come nel mio caso, appunto.
Non ho alcuna fede-fiducia, ad esempio, nell’esistenza del dio Saturno della mitologia romana, mutuata spesso da quella greca.
L’ansia dimostrativa, come dice qualcuno riferendosi alla scienza, deve trasformarsi in serena volontà di giungere a “verità” che abbiano una certa consistenza reale, cioè , come affermava Popper, mordano la realtà – esperienza.
Per fare questo è necessario ragionare con le categorie della logica e usare il metodo scientifico (identificazione dell’”oggetto”, esperimento, matematizzazione, statistica, verificabilità, falsificazione, previsione, ecc., detto alla rinfusa).

Al di fuori di ciò ci sono  le fantasie, i desideri, le affabulazioni. Se queste riescono a neutralizzare lo spirito conoscitivo — che tra l’altro alcuni non hanno per nulla — allora niente di dire: l’ignoranza e la sterilità epistemica spesso sono un ottimo coadiuvante per la felicità (o la pseudofelicità).
Ma coloro che invece vogliono davvero “sapere”, che lo facciano senza fantasticare risposte o creare mondi immaginari, studiando e ponendosi seriamente i problemi (a volte apparentemente insolubili) che sopravvengono ogni qual volta si intenda fare ricerca seria.
C’è quindi una bella differenza tra il credere nella “teoria delle stringhe” (che è comunque una ipotesi interpretativa della realtà, sebbene suffragata da qualcosa in più di una semplice fantasia) e la credenza negli gnomi, nelle fate o in un dio personale.
Inoltre, le credenze scientifiche sono per loro natura costantemente modificabili mentre quelle religiose rimangono tali per secoli, a volte per millenni.
Sono, in altre parole, dei dogmi e io credo sia sempre necessario tenersi lontani dai dogmi perché, oltre a essere monotoni, veicolano mentalità sottomesse all’autorità che li ha imposti o li promuove. Un tal genere di personalità, incapaci  di pensare autonomamente, propendono all’accettazione delle   “verità” di un’ autorità (ipse dixit) che impone loro quei dogmi per i propri interessi.

La ricerca della “verità” dunque, in questi frangenti,  si ferma  attestandosi a quelle pseudoverità che divengono inconfutabili. Un passo indietro per l’umanità, un passo avanti per il dominio.

In ultimo, alcuni prospettano una sorta di spirito missionario riguardo alla propensione per il metodo scientifico e la logica con relativa volontà di diffonderlo in ogni dove.

Io direi che lo “spirito missionario”, quello autentico, non entra nel ragionamento che sto conducendo e quando esso è utile davvero per gli altri (fame, malattie, povertà, ecc.) ben venga.
Estendere invece, consapevolmente, una metodica che si avvalga della ragione per comprendere il mondo mi pare irrinunciabile per tutti coloro che apprezzino il benessere avvertito come esito di ragionamenti e argomentazioni coerenti e avulsi da impacci ricchi d’immaginazione.

Mi riferisco, precisando meglio, al benessere, derivante dalla risoluzione di un “crampo mentale”, mutuando l’espressione di L. Wittgenstein.
Per la creatività e la fantasia, che a volte coadiuvano anche la ricerca scientifica (lo diceva Einstein stesso), vi sono altri contesti, in primis quelli delle arti (letteratura, teatro, pittura, musica, ecc.).

Teologi come Vito Mancuso che, nonostante la loro fede in un dio personale, promuovono la scienza e la logica nei loro libri, arrivano sempre a un ostacolo che credono di superare introducendo appunto quel dio, che però è avulso, incongruente con il percorso, condivisibile fino a quel punto, che stavano seguendo.
Insomma, oltrepassano scienza e logica quando si trovano di fronte a fenomeni o quesiti non ancora accertabili e risolvibili, quando, cioè, la ragione non riesce a farsi strada sul problema-mistero posto alla loro attenzione.
Ma non è lecito introdurre un prodotto della fantasia interpretativa come esito di un ragionamento.
O meglio, non è corretto condurre un’argomentazione solo fino a un certo punto e quando essa non riesca a proseguire, perché le obiettività che si stanno analizzando — nella prospettiva di comprenderne la natura — siano carenti, come da un cappello magico si facciano uscire le soluzioni, che nel nostro caso sono entità spirituali in una gerarchia che arriva sino a dio, magari uno e trino, volendo strafare nella produzione fantastica.

La coerenza del discorso è irrinunciabile.

Meglio lasciare aperto un “mistero” piuttosto che riempirlo di narrazioni fantastiche sempre che il contesto in cui ci muoviamo sia quello della ricerca scientifica (contesto epistemico).
Altrimenti, come già detto, la creatività umana è una dotazione potentissima in grado di corredare le ore della nostra vita con piacevoli e fascinanti opere d’arte che stimolano in maniera spesso straordinaria i nostri sensi e il nostro pensiero.

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BREVE “DIALOGO” CON VITO MANCUSO

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Salvador Dalì

Scrive Vito Mancuso:

Uno dei maggiori filosofi contemporanei sostiene il mio stesso punto di vista http://t.co/CWVXIXDcWO (“Mente e cosmo”, Raffaello Cortina Editore).

Io commento:

Ovvio che Mancuso  arrivi, almeno apparentemente,  a contrapporsi al neodarwinismo. Non gli basta parlare di dio-energia e banalità del genere ora la sua convinzione cristiano cattolica giunge, com’è stato per decenni, a cercare confutazioni alle teorie di C. Darwin. E’ triste e banale tutto questo. La divinità personale, a prescindere da tutti i discorsi “scientisti” che Mancuso cerca di fare (adesso appellandosi anche a T. Nagel che è un filosofo, non uno scienziato evolutivo e noto specialmente per il suo articolo “Cosa si prova ad essere un pipistrello, scritto nel 1974), non può esistere, perchè se esistesse noi saremmo schiavi. Non possiamo e non dobbiamo esserlo e quindi dio non esiste (chissà se qualcuno sa da dove proviene questo semplice ma efficace ragionamento).

Mancuso replica:

Vorrei solo specificare che:

1) non nego l’evoluzione, che anzi assumo come uno dei pilastri della mia visione del mondo, critico piuttosto la sua spiegazione semplicemente basata sul nesso: mutazione casuale + selezione naturale;

2) a ciò non arrivo adesso, ma è da anni che lo sostengo nei miei scritti e in pubblici dibattiti;

3) vi sono anche non pochi scienziati, oltre a filosofi, che sostengono questa critica, per i nomi e le opere dei quali rimando ai miei scritti.

(la secuenza con a capo e riportata da me, non è nel testo originale)

Io scrivo:
Bene per la specificazione di Mancuso. Sarebbe inappropriato dirsi contrari al neoevoluzionismo (con tutti i limiti di ogni “ismo”).

Che tra la mutazione casuale e la selezione ci sia un nesso io credo essere evidente, ma è necessario, in prima battuta, considerare la “casualità” (il caso) come un concetto che abbia attinenza con la realtà e sappiamo che “nulla accade senza spiegazione” è un leit motiv piuttosto diffuso tra i profani ma anche tra certi sprovveduti  “addetti ai lavori”.

Il dibattito sui meccanismi con cui si sviluppa l’evoluzione è certamente aperto ma credo che verta più sui dettagli che sulla concezione generale, che, appunto, non può prescindere dal “caso” che paradossalmente determina le mutazioni genetiche e quindi specie specifiche.

Il “caso” rema contro un’intelligenza divina seppur rimodellata su concezioni energetiche o genericamente scientifiche. Non è quindi congruente con la personificazione di un dio che si afferma onnipotente (può tutto e decide tutto) o altre congetture analoghe. Riguardo agli scienziati che supporterebbero le tesi di Mancuso questi sono certamente presenti all’interno del paradigma evoluzionista (che indirettamente comprende anche quello antievoluzionista) ma è certamente maggioritario il numero che accredita le teorie di Darwin attualizzate dalle ricerche genetiche.

Credo che molti conoscano il dibattito che su MicroMega ha visto la contrapposizione del il filosofo della scienza Telmo Pievani e Mancuso stesso. Contrapposizione fatta sulla scorta di ascendenze scientifiche dall’una e dall’altra parte, seppure dosate diversamente.

Fermo restando che né Mancuso, né Pievani siano ricercatori in ambito evolutivo (ma la teoria evolutiva, essendo narrativa, in parte è stata cooptata dalla filosofia della scienza), mi pare che quel dibattito appunto sia interessante almeno perché vede il contrasto tra le teorie di Mancuso (e di molti “creazionisti”) supportate da una qualche fede nell’inconoscibile e nel non verificabile (e non falsificabile), con quelle di Pievani, ancorato ad un discorso fondato sulla logica e gli apporti della ricerca scientifica, avulsi quindi da una qualche pregressa fede, orpello inutile quando si vuol comprendere cosa avvenga nella realtà e non ciò che si desidera accada per tranquillizzare gli animi, angosciati dalla morte e amenità del genere.

Le ipotesi di Mancuso, sono ipotesi, anche se spesso sono ammantate da certezza fideistica, debbono leggersi, in estrema sintesi, come credenza in una divinità personale o come scrive ” Amore personale origine del mondo” (L’anima e il suo destino, 2007, p. 304). Questo dio personale e trascendente da’ origine all’energia (prove? nulla del genere, solo fede) dove energia è  parola-concetto passe partout per nulla metabolizzata  e usata appunto poichè rappresenta  un collante fascinoso per molte mentalità religiose o con tendenze smodate alla spiritualità fideistica. Tale  energia  costituisce il mondo (F. Capra l’aveva preannunciato già negli anni ottanta;  la teoria delle stringhe afferma concezioni analoghe; W. Reich parlava di energia orgonica onnipervasiva) ed è originata dal dio personale che demanda a un Principio Ordinatore di dare forma alla materia e quindi alle specie viventi, uomo compreso (op. cit. p. 304).

Qui fermo il ragionamento anche perché in esso si evidenziano certe forzature del pensiero religioso, nella fattispecie cristiano cattolico, che in ambito scientifico e logico non hanno spazio. Detto questo, a nessuno, credo, dispiacerebbe un dio personale interessato al nostro benessere che assicuri una qualche presenza soggettiva oltre la morte fisica (unica possibile), come a nessuno dispiacerebbe pensare ad una vita eterna in salute e in benessere con i nostri cari, ma siamo nell’ambito dei desideri, com’è evidente, e non in quello della realtà che purtroppo è spesso (non sempre) matrigna.

I caratteri “deboli” o dotati di fantasia, detto senza particolare acrimonia,  riescono a costruire realtà aleatorie e a convincersi che queste siano vere, corrispondano cioè alla realtà, se non altro per come si da’ al senso comune (common sense).

Gli altri non riescono a mettere tra parentesi il ragionamento che puntualmente confuta o comunque mette sotto osservazione serrata qualsiasi ipotesi, come appunto quella del dio personale o dell’assenza del caso, contrapponendosi essenzialmente, come dicevo prima,  alla concezione  che “nulla avviene per caso”.

E se tutto fosse casuale e a posteriori qualcosa di questo tutto fosse perimetrabile dalle nostre facoltà cognitive (casuali) in uno spazio ordinato sottoposto, almeno apparentemente,  alla nostra volontà?

PS

Credo che leggerò il libro “Dio e il suo destino”, in uscita a novembre 2015 per la Raffaello Cortina Editore, magari per confutare meglio alcune asserzioni di Mancuso contenute anche in “L’anima e il suo destino”. Il titolo potrebbe essere “Contra Mancuso”, senza che ci sia nulla di personale, ovviamente.

Già da ora però ravvedo nel dire da parte di Mancuso “immanente e trascendente”,  rispondendo a una domanda posta da un interlocutore circa la natura del dio personale cui si riferisce,   la volontà di accaparrarsi tutte le possibilità di interpretazione possibili in favore, appunto,  di quel dio personale così lontano dalla logica, quando essa non sia inquinata dalla paura e dall’angoscia esistenziali.

PS 2

MANCUSO E LA LAICITA’
 
E’ davvero curioso che un teologo inneggi alla laicità (lo fa in un post della sua pagina facebook del 26 luglio 2016), specie se la si intenda come deve essere “indipendenza e autonomia nei confronti della Chiesa cattolica o di altra confessione religiosa” . Bè, non esprime esattamente questa indipendenza, almeno nel suo primo libro, ma credo anche negli altri e comunque il confronto teologico su cui si dipana la sua analisi critica (questo dobbiamo convenirlo) della fede cattolica pone quest’ultima come referente indiscusso rispetto ad ogni altra fede religiosa.
Il Cattolicesimo come regno delle verità anche se a volte queste verità non sono congruenti con la logica, il metodo scientifico e nemmeno con la ragionevolezza. Forse Mancuso non sa che i libri che parlano del nulla (cioè di dio, allah e quant’altro), lo stesso definirsi teologo, costituiscono la matrice su cui è possibile innescare “guerre di religione” che tuttavia non sono mai di religione o solamente di religione, dato che gli interessi economico-finanziari hanno sempre la responsabilità maggiore.
Dunque mi pare ipocrita parlare di laicità e poi professare una fede cercando di rimodellarla secondo canoni più confacenti allo spirito contemporaneo, più smaliziato per certi versi e meno propenso ad accettare formulazioni oramai desuete e stantie. Facendo, in altre parole, una professione al di fuori delle gerarchie ecclesiastiche ma col proposito di confermare sostanzialmente i canoni della fede della stessa gerarchia ecclesiastica (il dio personale, ad esempio), cioè la Chiesa Cattolica Romana (mi pare che sia questa la dicitura corretta).
Magari un sano ateismo sarebbe più onesto e meno compromesso con i signori della guerra e del potere che spessisimo si dicìhiarano religiosi e/o si fanno consacrare dalle alte autorità ecclesiastiche. (no editing)

BREVE COMMENTO A DIEGO FUSARO

Roy+Lichtenstein+-+Turkey+(1961)+
Roy LIchtenstein

Fusaro, omosessualità e capitale

Fusaro afferma che il prete Charamsa sia funzionale al capitale in quanto plasmabile, essendo senza identità(?) e io commento:

Non credo che un omosessuale, in quanto tale,  sia un uomo senza identità e plasmabile più facilmente di un bigotto “capofamiglia”. Nemmeno più plasmabile di chi è già tanto plasmato dal mondo delle merci come molti conformisti eterosessuali che hanno una struttura caratteriale media (Reich) conforme all’ideologia dominante (Marx) . Il discorso è molto più complesso e non si presta a pressapochismi. Fusaro, sei sempre piuttosto attento, critico e analitico nei tuoi giudizi, a volte però il tuo pensiero lascia alquanto a desiderare. Argomenta un po’ di più le tue affermazioni, altrimenti si ricade , ripeto, nel pressapochismo e nella semplificazione, inutili alla comprensione dei problemi sociali e politici (ma anche naturali).

 
 
 

CONGETTURE SUL FUTURO: esercizi

Gustav Courbet
Gustave Courbet

(abbozzo in evoluzione)

FASE 1 (attuale) in relazione alla popolazione generale e alle elite al potere
a) crescita demografica
b) mescolamento-ibridizzazione popolazione
c) lussureggiamento degli ibridi
d) graduale assuefazione degli ibridi, divenuti maggioritari, al consumo
e) graduale aumento delle patologie (obesità, depressione, addiction al mondo virtuale, ecc.) che favoriscono la decrescita demografica
f) aumento consumo merci
g) diminuzione della loro qualità
h) aumento delle merci prodotte da sistemi robotici

FASE 2
i) diminuzione mano d’opera utile (decrescita del lavoro generale)
j) possibile stabilizzazione demografica
k) incremento dominio della finanza
l) riduzione drastica economia produttiva umana
m) aumento produzione robotica
n) progressivo aumento dell’inutilità della forza lavoro (materiale e intellettuale) umana
o) in quanto inutile ne consegue un decremento della riproduttività umana
p) i capitali finanziari si manterranno floridi fino ad un limite imposto dalla crescente improduttività umana (riduzione della produzione di merci).
Questi limiti sono imprevedibili e dipendono sostanzialmente dalle riserve di ricchezza (e merci utilizzabili)  accumulate nelle varie regioni della terra dalle diverse elite dominanti
q) economia e specialmente finanza attestate in pochi nuclei di potere (famiglie, lobby, ecc.)
r) finanza senza economia
s) tentativi di ripresa parziale della produzione per foraggiare nuovamente la ricchezza finanziaria che, senza il substrato economico produttivo, presumibilmente non può reggere.
t) crisi generale per le seguenti cause principali: guerre termonucleari e/o malattie infettive e/o, incapacità di ripresa per mancanza conoscenze tecnologiche oramai appannaggio delle intelligenze artificiali e/o inquinamento irreversibile e cataclismi geotermici.
u) possibile insuperabilità di questa fase e conseguente entrata nell’estinzione della specie

FASE 3 (in assenza del punto 2u)
a) diminuzione demografica per le motivazioni 1-7 (vedi appresso)
b) conferma “famiglie” dominanti
c) miglioramento della conflittualità umana con numero popolazione terrestre ridotta (1 milione/1 miliardo?).
d) contrasti (virtuali?) tra “famiglie” e nuclei umani
e) le elite al potere domineranno un pianeta lussureggiante e spopolato (Eden)
f) abitazione in altri pianeti (obbligata o volontaria)
g) possibile estinzione per ridotto rimescolamento genetico in assenza di ridotta capacità di manipolazione del genoma.
h) possibile aumento delle caratteristiche funzionali della specie uomo per aumento tecnologia manipolazione genetica

SEGNI DI DECRESCITA DEMOGRAFICA
a) aumento coppie sterili:
a1) sterilità biologica (ormonale, ecc.)
a2) sterilità per patologie (obesità, depressione, addiction, virtualità, decremento delle pulsioni sessuali, ecc.)
a3) culturale/sociale/politica (transgender, omosessualità, contrarietà alla procreazione, decremento delle pulsioni sessuali (fenomeno biologico e/o sociale), ecc.)
b) fallimento programmi di procreazione artificiale
c) mancanza speranze riguardo il futuro dei singoli, delle coppie, dei nuclei relazionali che divengono autoreferenziali e quindi finiti in se stessi (senza discendenza)
d) guerre e conseguente diminuzione umani
e) diminuzione del lavoro e conseguente inutilità della forza lavoro umana vicariata dall’automazione progressiva e generalizzata
f) soppressione-estinzione indiretta del numero degli umani da indigenza, malattie, ecc.
g) soppressione diretta degli umani che, in quanto moltitudini, non sono più utili/funzionali al sistema

.

.
Le classi dominanti del pianeta comunque, ed  è una possibilità, potrebbero pianificare tutto questo per rimodellare finalmente in modo ecologico la terra e vivere più agevolmente in essa, assolvendo così i loro obiettivi di benessere. Estinguendo, inoltre, ogni “colpa” residua, ammesso che la cattiva coscienza o anche la coscienza infelice di qualcuno possa generare infelicità e malessere laddove il benessere (materiale, psicologico, morale), appunto, sia alla portata di mano senza residui. In sostanza potrebbero essere avvalorate, in qualche maniera, le tesi complottiste di varia colorazione politica.

O, al contrario, ci troveremmo all’interno di scenari prodotti dalla convergenza di molteplici fattori imprevedibili e prevedibili, voluti e non voluti.

Sarebbe, in definitiva,   più ragionevole pensare che quanto descritto approssimativamente  sia il possibile e inconsapevole risultato  di decisioni consapevoli ma incapaci di prevedere fallaci derive?
Le classi dominanti potrebbero, in fin dei conti,  essere interessate all’estinzione delle masse, divenute, come abbiamo detto, oramai inutili e inutilizzabili, in favore delle stesse elite. Non più l’usuale dicotomia masse/elite, declinata diversamente a seconda dei tempi storici, ma le elite come uniche e incontrastate ospiti del pianeta.

In altre parole, non sarebbe più congeniale al potere lo sfruttamento del lavoro che cadrebbe nell’oblio e i potenziali  possessori di forza lavoro diverrebbero soltanto orpelli umani senza alcuna funzione se non quella di contrastare,  potenzialmente le elite stesse. Anche se, la storia lo insegna, il contrasto e la liberazione dal potere sono fenomeni minoritari e francamente da tempo in via d’estinzione, senza, ovviamente, emettere giudizi sul loro merito.
L’iniquitopoiesi di cui parlavo nell’articolo “INIQUITOPOIESI (ricchezza uguale pauperizzazione) ovvero PROCURATIO INIQUITATIS”
(https://andreapitto.wordpress.com/2015/03/30/iniquitopoiesi/), avrebbe dunque la funzione diretta di far decrescere il numero di umani per stabilizzare una popolazione esigua dal punto di vista numerico ma, come dicevo prima, lussureggiante dal punto di vista qualitativo.
Oppure niente del genere rappresenterà il futuro prossimo e meno prossimo?

MIGRAZIONE E SFRUTTAMENTO DEL LAVORO—IL MACCHINARIO SFRUTTATORIO

D1
JEAN DUBUFFET

 

    La questione migratoria sta riproponendo un problema che dovrebbe oramai essere considerato classico, nonostante  non gli venga mai conferito il giusto peso: lo sfruttamento del lavoro.
Questo è, infatti, caratteristica imprescindibile del capitalismo, di più, è caratteristica di ogni società umana che presenti al suo interno, anzi che si fondi, sulla differenza, gerarchica, fra i componenti che la costituiscono.

Ciò non significa che il concetto di uguaglianza debba essere inteso come appiattimento di ciascuno tanto da divenire  indifferenziato rispetto agli altri. Gli esempi narrativi sono molteplici in questo senso, da G. OrwellR. Bradbury. O ancora, come di fatto avviene nella  tecnocrazia, avulsa da ogni credo tradizionale e dedita al culto del denaro e del consumo, in una collettività oramai costretta a ripetere il medesimo rituale: acquistare compulsivamente merci.

Uguaglianza, nell’accesione che utilizzo, significa, sostanzialmente,  uguali punti di partenza per giungere a ragionevoli differenze, affinchè  ciascuno abbia il necessario e inalienabile diritto a far valere  le proprie capacità peculiari senza il supporto determinante di altri (famiglia e classe agiata, capitali pregressi, ecc.) .

Il meccanismo che consente lo sfruttamento del lavoro – e qui si potrebbe in modo congruo fare il riferimento al  marxiano plusvalore e pluslavoro — è imprescindibile per il capitalismo, senza il quale le classi al potere non potrebbero accumulare profitti, sancendo la cesura netta tra esse e chi viene usato come merce capace soltanto di fornire forza-lavoro.
Dopo il lavoro sfruttato l’ulteriore fase che permette al capitalismo di svilupparsi,è, naturalmente  quella del consumo.

Tralascio, in questa sede —  e mi propongo di parlarne in modo specifico successivamente — di porre la questione se il consumo di massa possa o meno divenire obsolescente e non sia invece funzionale, agli interessi-desideri delle lobby al potere, la distruzione delle forze lavorative stesse, che inquinano  il pianeta con i loro smodati consumi e occupano spazi destinati a espletare finalità migliori per le elite.

I lavoratori  potrebbero, ad un certo momento,  essere considerati parassitari dai “poteri forti”, oramai attestati ai posti di comando in un pianeta che si spopolerebbe e in cui le   residue attività lavorative verrebbero eseguite da macchinari perfettamente autosufficienti o richiedenti esigua mano d’opera.

I mezzi di produzione, quindi, continuerebbero ad essere  di proprietà padronale, ma diverrebbero  oramai automatizzati dalla tecnologia (robotica) e non necessiterebbero più mano d’opera umana che, appunto, perderebbe ogni funzione divenendo inutile.
Un panorama del genere sarebbe una sorta di Eden contemporaneo o comunque futuribile sempre e soltanto a disposizione delle classi al potere che potrebbero, in aggiunta,  non essere più responsabili di alcun sfruttamento.

In primis perchè, come detto, questo verrebbe a cadere e secondariamente essendo stato sufficiente lo sfruttamento del lavoro condotto negli anni passati dalle generazioni precedenti.
Una fosca prospettiva, ma che potrebbe essere l’esito sperato dalle classi abbienti (dai poteri forti o come dice qualcuno da una sorta di macchinazione planetaria, direi comunque implicita, non determinata a tavolino),  che non dovrebbero neppure più preoccuparsi della sovrappopolazione, dell’inquinamento e del mantenimento dell’ordine interno ed esterno, essendo tutto sotto controllo e tutto ridotto numericamente.

Ma ritorniamo alla situazione attuale.

Un processo di migrazione epocale sta interessando specialmente il continente europeo, ma anche quello americano, se si considerano  le migrazioni, oramai decennali, delle popolazioni del Messico,  e quelle provenienti dai paesi dell’America del Sud.

Ebbene, tale fenomeno favorisce gli imprenditori che, sottraendosi financo alle leggi sul lavoro che regolarizzano quest’ultimo, utilizzano mano d’opera a basso e bassissimo costo, ottenendo lauti guadagni che eventualmente vengono impiegati per altre attività più complesse e sempre più remunerative, come del resto capita sempre nel  capitalismo.

Certo, il  mondo finanziario sembra essere avulso dal mero mondo del lavoro e tuttavia esso rappresenta la struttura posta al di sopra di una super struttura che, attualmente, rappresenta  radici salde e  apparentemente inestirpabili di quella.

Finora  il lavoro umano è ancora necessario, sia per lo sviluppo delle popolazioni stesse, sia per incrementare il potere delle classi dominanti.

Finora, ripeto, esiste ancora un cordone ombelicale che salda questi  due contesti  del mondo contemporaneo. Non può esistere l’uno senza che l’altro sia attivo in modalità più o meno funzionale al “macchinario capitalistico”.

Insomma, i processi migratori fino a un certo punto (è difficile definire quale sia il perimetro oltre cui anche il mondo dell’imprenditorialità davvero potrebbe entrare in crisi irreversibile) favoriscono il sistema  tecnocapitalistico e finanziario.
Del resto avviene un procedimento analogo da molto tempo. Quando, per esempio, una determinata  azienda si sposta in altri paesi dove il costo di mano d’opera è inferiore al paese d’origine si concretizza una migrazione paradossa. E’ l’imprenditore che insegue (migra) un mercato del lavoro più competitivo, che vuol dire sfruttabile in maniera più redditizia. Lo sfruttamento, infatti,  rimane il medesimo sotto il profilo generale, solo  permette maggiori guadagni all’imprenditore e decurta quelli dei lavoratori che diviengono  o rimangono macchine con un valore che dipende  esclusivamente dalla forza lavoro.

Questo tipo di considerazioni mi fanno propendere per il sintagma “macchinario sfruttatorio”, piuttosto che capitalismo, nel riferirmi specialmente alla società attuale, ma estendendone il significato anche alle altre  forme di  società conosciute. Per il lontano futuro, come dicevo poc’anzi, anche lo sfruttamento del lavoro verrà abbandonato per la diffusione introduzione massiva di strumentazioni robotiche e la successiva e progressiva riduzione numerica degli umani (vedi anche PS).

I motivi sono piuttosto evidenti, anche se vengono sempre oltrepassati, anzi rimossi, e si basano su quanto appena scritto che, in  sintesi estrema, può essere così riassunto:

1) Il capitalismo non è l’unica forma o modo di produzione, nella grammatica marxiana, che presenta differenze gerarchiche imposte, basate sullo sfruttamento del lavoro da parte del padrone (termine da reintrodurre nel glossario critico) e la differenza di autorità-potere tra gli attori sociali. Ricordo sempre Foucault quando parlava di micro diffusione del potere tra soggetti in società (quindi tutti).
Nelle società precapitalistiche — modi di produzioni che precedono il capitalismo, anche quelle antiche — lo sfruttamento del lavoro è assolutamente presente e determinante, sebbene accidentalmente  vi sono variazioni, nella sostanza rimane inalterato.
L’ingerenza sfruttatoria è dunque onnipresente ed è l’unico dispositivo che, di fatto,  unifichi tutte le società storiche e preistoriche, con poche eccezioni che, purtroppo, confermano la regola.

2) Introducendo la discriminante “sfruttamento” si possono fare distinzioni tra atteggiamento di “destra” e di “sinistra”. Laddove anche certa “destra” può, ad esempio, definirsi anticapitalista — senza sapere quale alternativa sia possibile preconizzare e forzando la propria ideologia di fondo che è inevitabilmente elitaria e controegualitaria — come alcune formazioni fasciste francesi.

Nessuno, ribadisco, nessuno, può, invece,  essere lecitamente di “sinistra” senza opporsi  decisamenteallo sfruttamento del lavoro.

Ciò rappresenterebbe, anzi, rappresenta, una contraddizione sanabile, si fa per dire,  soltanto con alte dosi di ipocrisia. Naturalmente laddove si considerino le motivazioni storiche, che hanno fatto nascere, a seguito dell’emersione di una certa “coscienza di classe”, le idee socialiste, anarchiche, comuniste e rivoluzionarie in funzione di  possibili cambiamenti strutturali.

Non si parla qui, evidentemente, di destra e sinistra all’interno di un contesto parlamentare, tantomeno riferite ai parlamenti europei che attualmente sono attestati allo pseudo potere politico, il quale, com’è noto,  è pilotato dal capitale-finanza.

Se lo sfruttamento del lavoro è determinante per comprendere una società, è dirimente anche per capire i significati e quindi le funzioni del  fenomeno della migrazione portato oggi a conseguenze drammatiche e difficilmente prevedibili.

E’ indubbio che non si tratti di turismo e quindi i soggetti che si spostano da una nazione all’altra lo fanno per motivazioni ben più importanti:

i) per sottrarsi a teatri bellici che mettono a repentaglio la vita di intere popolazioni.

ii) per avere possibilità di sostentamento anche minimo, ammesso che certe condizioni di fame possano permettere viaggi  — al limite con l’incubo, l’allucinazione e la tragedia — descritti spesso da giornali e testimonianze dirette di soggetti sottoposti a condizioni degradanti e oltremodo pericolose per l’incolumità fisica. Delle motivazioni  psicologiche non dico nulla, essendo evidenti di per sé.

iii) Motivi vari di cui non mi voglio occupare e che probabilmente sono minoritari e tuttavia bisogna essere possibilisti e accennare a  cause legate al trasferimento di miliziani e terroristi che comunque alla fine fanno sempre gli interessi dei padroni, anche se questi hanno il turbante in testa. E’ dirimente Il “conto in banca”, non l’abito, la fede religiosa o l’ascendenza genetica.

Vi sono, dunque, interessi capitalistici nell’immigrazione. Una vera e inedita  scoperta, certo!

I soggetti provenienti dai paesi in guerra o sottoposti a dittature feroci sono a basso costo.

Se riescono a essere cooptati nel mondo del lavoro europeo o “occidentale”, riducono il potere d’acquisto di chi è già presente in esso, maturato magari in decenni di lotte sindacali e politiche.
Certo, il magro benessere dei lavoratori europei, magro se confrontato con quello dei “padroni”, è fondato sulle politiche imperialistiche e coloniali dei secoli scorsi e tuttavia pare che adesso questo benessere si trovi  in un equilibrio instabile e difficilmente accettabile per  la maggioranza delle popolazioni Europa-Usa (per semplificare).

Dunque avviene una sorta di paradosso.

Le classi al potere possono trarre benefici dalla migrazione perchè, come abbiamo detto, abbassano i costi del lavoro. Per loro, quindi maggiori guadagni si prospettano nel futuro.

La popolazione generale, i lavoratori o le classi meno abbienti, invece sentono di essere in pericolo, appunto per la questione lavoro, che oltre a preconizzare situazioni di conflitto per accedervi, stante l’aumento del numero dei candidati, viene incontro a un generale processo di svalorizzazione. Ove si moltiplichino i candidati per eseguire determinate mansioni queste verranno ricompensate di meno. Maggior offerta di forza lavoro, minor valore della stessa.

Le classi al potere inoltre si possono mascherare facilmente da buonisti, da politicamente corretti, accogliendo “umanitariamente” i migranti. E’ di questi giorni (scrivevo nel 2015) il sospetto accoglimento da parte della cittadinanza tedesca dei migranti, specie libici. Esse  non hanno da perdere nulla nemmeno dall’aumento della criminalità – intrinseca all’aumento del disagio e della povertà, per cui si può dire che la criminalità sia  effetto del capitalismo – perchè possono permettersi appartamenti e ville superprotette e magari guardie del corpo lautamente pagate.

La popolazione generale, invece, è sottoposta a maggiori rischi da parte della criminalità organizzata o meno, perchè ha scarse possibilità di difesa, essendo la difesa istituzionale spesso aleatoria, tanto più se aumentano esponenzialmente le richieste d’intervento.

Insomma, il numero dei potenziali crimini aumenta in modo direttamente proporzionale al numero di soggetti che si trovano in situazioni di indigenza o che considerano proprio queste come meta ambita, per la quale eventualmente, rischiare  la stessa vita in trasbordi rischiosi.

L’immigrazione come dispositivo dello sfruttamento da parte del capitalismo è stata preso in considerazione, tra gli altri,  anche da F. Engels (1820-95) che, figlio di un proprietario di filande e pietista devoto,  scrive nel 1945 La situazione della classe operaia in Inghilterra, in cui afferma:

“L’operaio inglese ha da lottare con un simile concorrente, un concorrente che sta nel gradino più basso ch’è possibile in un paese civilizzato e che perciò abbisogna di un salario minore di qualsiasi altro. Perciò è impossibile, come il Carlyle dice, che il salario dell’operaio in tutti i rami  in cui l’irlandese può con lui concorrere, non venga sempre più abbassato. Questi rami di lavoro sono molti. Tutti quelli che richiedono poca o nessuna abilità, sono aperti all’irlandese. (…) Ma dove si tratta di un lavoro semplice e poco esatto, che dipende più dalla forza che dall’abilità, in tale caso l’irlandese è capace quanto l’inglese. Perciò pure questi rami di lavoro sono abbandonati dagli inglesi.(…) L’affollarsi di questa nazione (gli irlandesi) ha contribuito moltissimo all’abbassamento del salario e della classe lavoratrice; (…) si potrà (poi) intendere come la condizione del lavoratore inglese deplorevole per l’industria moderna e per le sue conseguenze, sia divenuta ancor più degradante” (F. Engels, 1845, p.73-4).

Degradata e, aggiungo,  funzionale all’accumulazione di capitale.

Il Manifesto del Partito Comunista fu redatto da Marx ed Engels,  tre anni dopo, nel 1948.

In conclusione, preferisco designare il capitalismo e i suoi dispositivi di potere come “macchinario sfruttatorio”, perchè lo sfruttamento del lavoro a tutt’oggi rimane  condizione necessaria non soltanto del capitalismo stesso ma anche dell’insieme più ampio dei modi di governo che caratterizzano la storia dei popoli.

 Lo sfruttamento del lavoro, come abbiamo appena detto,  inoltre si avvale spesso di condizioni tragiche ed estreme — tra cui  l’immigrazione che adesso ha  l’onere della massima visibilità mediatica — e può mascherarsi  impunemente dietro i muri dell’ignoranza e della mancanza di critica militante, apparendo altro da se stesso.

Vuoi sembrando necessario per ogni lavoro umano.

Vuoi come regalia, donazione, alla massa degli sfruttati.

E i padroni riescono ad avere sempre la meglio.

Essi non offrono occasioni di  lavoro, ma sono  i lavoratori che costruiscono la  loro ricchezza.

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BIBLIOGRAFIA CITATA

F. Engels, (1845), La condizione della classe operaia in Inghilterra, Roma, Samonà e Savelli, 1972

NOTA

Poche parole per specificare meglio la possibile fase futura del capitalismo.

L’ultimo stadio (entro un secolo da adesso e limitandomi a questo intervallo temporale) potrebbe essere caratterizzato dalla penuria inesorabilmente progressiva  del lavoro fino alla sua estinzione come lavoro umano in favore di quello automatizzato. Da ciò  consegue il venir meno della funzione delle masse — non più forza lavoro ma “inutili” soggettività  causa di infezioni, rifiuti e occupanti spazio — che potrebbero essere indotte all’estinzione attraverso vari meccanismi dalle classi al potere orientate al possesso di una terra non più inquinata e senza una “fastidiosa” sovrappopolazione. In questo senso si attuerebbero sterilizzazioni e omicidi di massa, sviluppo di malattie a induzione   artificiale, agevolazioni culturali antiprocreative tra cui enfasi verso l’omosessualità che da orientamento libero e personale diverrebbe modello privilegiato al servizio delle politiche di potere, come un tempo  erano quelle di far figli, ecc. Congetture, naturalmente, ma ipotesi alquanto ragionevoli. Purtroppo.

FUSARO, COSA TI STA CAPITANDO?

MAGRITTE
RENE’ MAGRITTE

“Un idealista non può essere razzista.” dice Diego Fusaro dopo aver affermato ” positivismo, ossia della peggiore filosofia esistente.”

Cosa sta capitando a Fusaro?

Gentile non era forse razzista e al contempo idealista, visto che ha sottoscritto fino all’ultimo la politica di Mussolini?
Hitler non era forse idealista quando parlava di regno millenario e si contrapponeva al materialismo storico?
E Alfred Rosenberg col suo Mito del XX secolo?
Era forse razzista il naturalista e positivista anarchico Pietr Kropotkin, ricordato, se non altro, per il suo concetto di “mutuo appoggio”?
Insomma non c’è alcuna possibilità di pensare il “positivismo” come una corrente filosofica razzista e, al contrario, far passare l’“idealismo” come tendenza verso la libertà.
Verso la libertà dei mercanti di schiavi, questo magari sì.
La libertà dei “capital finanzieri” di dominare la società al fine di impinguare i loro conti bancari, questo di nuovo sì.
Comprendere le cose anche dal loro lato meccanico e quantitativo, come è nello spirito forse non esaustivo ma fondamentalmente condivisibile, del “positivismo”, ci rende comunque capaci di osservare meglio i danni del capitalismo e ci induce a cercare nuove vie per far fronte al dramma delle società contemporanee con cognizione di causa.

Non con voli pindarici di menti idealistiche che mascherano gli ideali appunto con i propri interessi di casta. O che pensano a ideali soggettivi e autoreferenziali.

Insomma, Fusaro ha affermato qualcosa di assolutamente non condivisibile e mi domando il perchè di questa deriva, dato che essa sta divenendo tale, essendo caratterizzata da oramai troppo frequenti cadute di stile.

Fusaro, comunque, a scanso di equivoci,  usa il termine “idealista” e “positivista” in senso filosofico. Cioè a ragion veduta, essendo un filosofo acuto e colto. Tra l’altro c’è anche la corrente degli “ideologues” francesi (‘700-‘800), come A. L-C.  Destutt De Tracy e P-J-G. Cabanis, che potrebbe complicare le giuste attribuzioni ai concetti espressi.

Comunque se per caso Fusaro intendesse l’idealismo nel senso di ideali da proporre e da raggiungere allora sarebbe più condivisibile, ma allora non si potrebbe dire che solo gli “idealisti” sono appunto idealisti, ma vi sono anche i “materialisti” , cioè i “positivisti” come Kropotkin e un’infinità di correnti “comuniste” che hanno progetti (ideali) per cui lottare.

Un esempio tra i molti, per la verità piuttosto curioso se non controverso.

Auguste  Comte, positivista iniziatore degli studi sociologici, intesi come fisica sociale,  negli ultimi anni della sua vita, pur mantenendo fede al valore della ragione, diede forma  al Sistema di politica positiva con connotazioni piuttosto vicine a quelle religiose, sebbene  fossero  indirizzate non ad una divinità trascendente, bensì all’intera umanità, chiamata Grande Essere. Per la verità Comte debordò alquanto dai limiti che usualmente si pone un discorso razionale o positivista, infatti parlò di Grande Ambiente, per riferisrsi allo Spazio e di Grande Feticcio, riferendosi alla Terra. Tre concetti che nella sua visione imitavano la Trinità cristiana.

Non credo, tuttavia,  che Fusaro incappi in queste imprecisioni terminologiche perchè è uno studioso attento e critico. Sa benissimo di cosa si tratti.

Il fatto è che a volte si può anche sbagliare o prendere posizioni che per altri — e io mi trovo tra loro —  non sono così conseguenti come parrebbero a prima vista.

Comunque, appunto, mi chiedo come mai Fusaro a volte se ne esca con queste affermazioni.

Sono certo che il motivo non sia dovuto a ignoranza, ma a qualche “calcolo” filosofico arcano.

Forse, a ben vedere, intende costruire un suo sistema di pensiero dove tutto sia ben congegnato  e conseguente e dando così adito alle  critiche degli attenti commentatori.

Vedremo, è da molto che lo seguo.

PS

Un intervento di qualche giorno fa in una trasmissione televisiva che si occupa di  commenti politici ha fatto vedere il Fusaro migliore.

Un Fusaro del tutto condivisibile, da cui è emerso  anche quel pathos che spesso latita nella sua personalità, solitamente composta e dall’eloquio corretto oltrechè perfettamente comprensibile.

Vista la sua contrapposizione al dominio dell’economia sulla politica è facile prevedere che a breve entrerà nell’agone parlamentare, sperando, tuttavia,  che non ci siano sorprese spiacevoli.

In politica tutto può accadere: è finora un calderone acceso da un fuoco esterno (l’economia) e può estinguersi oppure ribollire a prescindere dalla qualità del materiale (i politici)  che subisce i dinamismi  termici.

A SEGUITO DELL’ARTICOLO “LA CAUSA DELLE TRAGEDIE”

AP123
KAREL APPEL

(DA REVISIONARE)

La questione delle lobby apolidi è soltanto un’espressione per dire che il capitalismo non può più essere nazionale ma globale, anche se parrebbe che la gesione delle moltitudini, invece, continui ad essere di pertinenza nazionale.

Quindi mi pare inutile dire altre cose a proposito. Del resto parlare di lobby riferendosi ai “poteri forti” dei vari paesi rimane sempre terminologia confinata ai “vari paesi” e invece non è così. La mondializzazione del capitale e della finanza è fenomeno facilmente visibile. Rimane il fatto che le “famiglie” al potere siano esigue e che gestiscano, direttamente o meno, l’intero capitalismo mondiale con qualche dissidio tra “famiglie”, diciamo con terminologia abbreviata, occidentali e orientali.
Riduco al minimo i commenti sulla proposta di un partito nell’epoca dei movimenti che possa imprimere (come è stato nella storia di tutti i partiti specie di quadri dirigenziali) il programma di partito senza avere le moltitudini al seguito. Al vertice i dirigenti del partito preteso del popolo a alla base i consueti proletari.

Insomma, al massimo potremmo parlare e auspicare il “conciliarismo”, ma un partito mi pare anacronistico se non demagogico, ammesso si conoscano i fatti della storia.
Perchè è “impossibile” il comunismo e quindi un partito comunista oggi? E lo dico in fondo con rammarico anche se ripeto quello appena scritto sugli esiti di un partito, che in quanto “parte”, come si evince dal termine, può soltanto credere (in buona o mala fede) di rappresentare le moltitudini. Impossibile perchè i “diritti” acquisiti dall’occidente (Italia, Francia, Germania, Usa, ecc) sono difficilmente cedibili.

Il “proletariato” non esiste più oppure si è socialdemocratizzato o qualunquistizzato ben sapendo però quali siano i privilegi acquisiti e ben sapendo come fare per continuare ad averli e cioè adeguarsi senza fare rimostranze radicali.
Uno di questi modi è, infatti, mettere in soffitta le idee comuniste (il partito lo è stato da molto più tempo).
Se non si facesse così, quale giustificazione potrebbe portare avanti un soggetto italiano (comunista a parole, perchè solo così è possibile, almeno attualmente) possessore di casa/e stipendio-salario, auto, ecc che si rapporti con un libico appena sbarcato in suolo italiano senza nulla addosso e magari dopo aver perso la famiglia?
Si configuran nella migliore delle ipotesi, una sindrome che ho chiamato Sindrome di Schindler di cui parlerò successivamente.

Scrive un interlocutore:

“1) controllo operaio delle fabbriche (riduzione del profitto nelle mani di pochi, redistribuzione, no caduta saggio di profitto);

2) anti-imperialismo (anzi, appoggio ai Paesi anti-imperialisti);

3) diritti sociali uguali per tutti (e non individuali. Es: la Moschea è un diritto individuale – e inutile – mentre i pari diritti sul lavoro tra “italiani” e “immigrati” sono diritti sociali che, tra l’altro, impediscono al capitale di creare la “forza industriale di riserva”). “

I tre punti mi trovano idealmente daccordo, infatti raffigurano, specie il primo,  la possibilità del consiliarismo e tuttavia gli “operai” stanno diminuendo continuamente di numero e così cala la loro possibilità di organizzazione, già di per sè assai scarsa.
E sappiamo che l’organizzazione antagonista al potere è fondamentale (vedi appunto il Che fare? e Stato e Rivoluzione, perlomeno e citando soltanto in ambito marxista, anzi leniniano).
La parcellizzazione del lavoro è caratteristica del mondo attuale e con essa diminuisce , ripeto, la possibilità di comprendere che il nostro è un “macchinario sfruttatorio” i cui esiti sono operanti in ogni rapporto di lavoro, operaio e non operaio, anzi specialmente non operaio dal momento che come dicevo il vecchio proletariato oggi è in decremento e inoltre si è socialdemocratizzato proprio perchè avendo più benessere, diciamolo, se ne strafrega di coloro che non ne hanno altrettanto, spesso rimuovendo del tutto coloro che non ne hanno affatto.

E’ certo che sia meglio parlare di mezzi di produzione, entrando nel merito delle disparità tra cittadini nel disporre di capitali e beni di consumo sostanzialmente privati.

Infatti mi riferisco preferibilmente  a quelli, tuttavia quando la proprietà privata esonda oltre limiti sempre difficili da delineare non c’è dubbio che bisogna tenerne conto.

Ad esempio (macroesempio) certe nobiltà europee hanno solo oro e tenute e non mezzi di produzione stricto sensu e tuttavia mi sento di fare la mia critica a quella proprietà privata anche se appunto non è relativa ai mezzi di produzione.

I beni personali sono inalienabili sotto un certo punto di vista, ma anche qui come valutarli e poi è necessario scovarne la genesi che se non è personale mi trova in rotta di collisione. ma siamo su un terreno teorico. nella pratica tutto si confonde e la cosa migliore è considerare le cose secondo il detto aristotelico “in medio stat virtus”. insomma il buon senso fa comprendere che la società non dovrebbe (Sollen) mai presentare divari grandi tra i cittadini e invece non è così.

Mi pare che si debba prendere coscienza del fatto che sia una vera e propria aporia quella della concezione partito.

Da una parte le moltitudini possono , come asseriva Lenin, arrivare soltanto ad una concezione tradeunionistica e quindi non radicale e rivoluzionaria.

Dall’altra il partito come forma di organizzazione politica non può che essere elitario e quindi ristabilire al suo interno la gerarchia che è uno dei fattori del “macchinario capitalistico” (l’altro essendo appunto il capitalismo stesso).

Solo pochi gruppi, tra cui in Italia Lotta Comunista (che tra l’altro s’è assurdamente scissa qualche tempo fa), portano avanti la visione del partito tradizionale  che conosciamo.

Tuttavia tale forma non ha probabilmente  futuro, né riguardo il futuro comunista, né quello impostato su altre visioni politiche e sociali.

Comunque anche qui è una questione di personalità (fattore soggettivo della storia, cfr.  Plechanov, parzialmente Lenin e W. Reich): ci sono quelli che prediligono essere all’interno di una gerarchia e altri che vedono la gerarchia come uno degli aspetti da combattere.
L’accenno allo spontaneismo visto in senso critico e quindi criticando la visione di Rosa Luxemburg, degli “olandesi”, di tutti i movimenti anarchici, mi pare scontata per chi si attesti alla visione limitante che fu di Lenin, che tra l’altro ancora nel ’17 diceva “tutto il potere ai soviet”.
Successivamente  l’aver assunto il potere e comunque le condizioni post rivoluzionarie della Russia sovietica lo fecero drasticamente cambiare idea. Ecco perchè, tra l’altro, viene assunto spesso come eponimo di Stalin.

La storia comunque dimostra che tutte le strutture di comando sono similari e affiliate al potere in qualsiasi forma si manifesti, quindi non possono per definizione rappresentare uno strumento per combattere la fonte che l’ha generate. Ma sono questioni superdibattute da decenni.
Non è poi molto importante che siano “poche famiglie” o tante o siano altri gruppi di potere designati diversamente (lobby ad esempio, ma non è determinante) a detenere i capitali e le risorse mondiali.
Quel che è importante, e credo che su questo non ci debbano essere dubbi, è che il capitale non è gestito dalle moltitudini organizzate per esempio in consigli o, in certe versioni di nicchia, in TAZ, pur non essendo purtroppo queste ultime un vera alternativa al capitalismo (rimanendo un’esperienza “culturale”,  limitata a pochi individui).

Alternativa che, badiamo bene, non è stata ancora trovata.

Il capitalismo non ha attualmente nessuna alternativa seria e comprovata se non quello della gestione da parte delle masse che, come si sa, è qualcosa di là da venire, se mai avverrà questo salto di qualità.

Intanto i gruppi di potere se la ridono di queste analisi oramai, debbo dirlo, trite e ritrite, perchè il loro potere è in conflitto soltanto con altri poteri (altre lobby, altre famiglie, altri stati, ecc.) e non è in  un vero e proprio conflitto con le moltitudini sfruttate che subiscono.

Riguardo a quello che avremmo oggi rispetto al passato non entro nell’elencazione anche di esempi tratti dalla mia decennale presenza nel mondo.

E’ evidente che in Occidente le condizioni siano migliorate sotto l’aspetto dei beni di consumo.

Vedi per esempio lo strumento che mi permette in questo momento  di veicolare le mie idee. Ieri non era certo possibile. E’ solo un esempio, come quello dell’età media, oggi notevolmente superiore a quello degli anni cinquanta e ancora oggi spesso è il doppio se non  più di quello che caratterizza  certi paesi dell’Africa centrale .

Altra cosa è valutare, invece, la mancanza di “senso”, tipica della società dei consumi devota alla teologia del mercato.

Perchè c’è il nulla piuttosto che l’essere? Diceva il filosofo e sociologo Jean Baudrillard, facendo eco al quesito di Leibniz (perchè c’è l’essere piuttosto del nulla?).
Spesso accade tra interlocutori, specie interlocutori che hanno qualche analogia di vedute, che si perdano nei meandri del ragionamento e delle citazioni e intanto il Potere si rinvigorisce sulle quisquilie dei suoi stessi avversari.

Conclusione approssimativa: sono certo che la “ragione” non sia nel partito piuttosto che trovarsi nelle moltitudini agite dal loro spontaneismo (anch’esso da questionare, naturalmente).
Anzi, penso che se queste hanno ancora bisogno del partito/i allora i tempi non sono maturi e forse non lo saranno mai per un cambiamento radicale che non può che essere anticapitalistico, antigerarchico e naturalmente antisfruttatorio.

Dimenticavo: riguardo alle lobby capitalfinanziarie (nei termini da me usati o altri in analogia) starei attento a negarne l’ontologia, come qualcuno fa,  e comunque non ci tengo propio a cercare “prove” che le attestino sulla scena mondiale.
Stessa riflessione sulle lobby apolidi, come detto in precedenza.

Bisogna cercare di essere elastici nelle riflessioni, specie politiche perchè spesso termini “creativi” non è detto che siano meno efficaci e congruenti con la realtà di altri termini consolidati nel tempo nei vari ambiti di ricerca di riferimento.
Apolide o con carta d’identità statunitense, israeliana o degli emirati uniti, il potere economico-finanziario è sempre tale. E poi il termine apolide ben evoca il concetto della transnazionalità del capitale che si estrinseca come ben sappiamo attraverso il consumo di merci, oramai extrema ratio dei popoli che lo possono ancora fare.

La questione sociale non è cosa semplice. Mi pare quindi che gli sforzi, gli esperimenti per modificare l’assetto del capitale non credo possano essere considerati con ironia come alcuni fanno di tanto in tanto., specie riferendosi al cosiddetto “spontaneismo” delle classi oppresse.
Ogni esperimento può fallire. Altri se ne faranno. Ma in politica non è possibile dare per certo quasi nulla e comunque l’esperimento partito comunista dei quadri mi pare obsoleto.
Purtroppo devo aggiungere, perchè sarebbe stato così possibile cambiare qualcosa in senso radicale e invece tutto è più complesso e nessun partito o partitino può nulla o quasi contro il granitico potere dei poteri forti.
Dunque sperimentare altre strade oppure l’accettazione presente dello stato di cose si prospetta come l’unica reale alternativa, quella che di fatto è stata fatta propria dalle moltitudini occidentali ,alle quali vengono ancora permesse cose che in altri paesi sono solamente sogni e illusioni.
Le “differenti impostazioni ideologiche all’interno del movimento comunista” sono la deriva di questa complessità, ma oggi in pratica tutti i “comunisti” se ne stanno buoni a leccarsi le ferite ove ci siano ferite e a crogiolarsi delle loro presunzioni ideologiche che sono soltanto parte dell’ “ideologia dominante”.

Anche i sogni comunistici da parte di un benestante occidentale sono, naturalmente, parte dell’ideologia dominante, seguendo la lezione di Marx. Sono, in sostanza, espressioni della “coscienza infelice” alla ricerca di qualche impossibile riscatto.
Forse aveva ragione il pensatore di Treviri: la società cambierà al di fuori della volontà dei singoli, per le vicissitudini interne al capitalismo.

Tuttavia io solitamente sono dell’avviso che bisogna fare ” come se “sia possibile cambiare anche con la nostra attività, vuoi intellettuale, vuoi pratica.
Ma quello che impedisce maggiormente la trasformazione è l’organizzazione delle singole volontà le quali prima di coordinarsi debbono accordarsi.

Accordarsi per raggiungere gli obiettivi: questo il problema che da sempre necessità una soluzione.