BREVE COMMENTO A DIEGO FUSARO

Roy+Lichtenstein+-+Turkey+(1961)+
Roy LIchtenstein

Fusaro, omosessualità e capitale

Fusaro afferma che il prete Charamsa sia funzionale al capitale in quanto plasmabile, essendo senza identità(?) e io commento:

Non credo che un omosessuale, in quanto tale,  sia un uomo senza identità e plasmabile più facilmente di un bigotto “capofamiglia”. Nemmeno più plasmabile di chi è già tanto plasmato dal mondo delle merci come molti conformisti eterosessuali che hanno una struttura caratteriale media (Reich) conforme all’ideologia dominante (Marx) . Il discorso è molto più complesso e non si presta a pressapochismi. Fusaro, sei sempre piuttosto attento, critico e analitico nei tuoi giudizi, a volte però il tuo pensiero lascia alquanto a desiderare. Argomenta un po’ di più le tue affermazioni, altrimenti si ricade , ripeto, nel pressapochismo e nella semplificazione, inutili alla comprensione dei problemi sociali e politici (ma anche naturali).

 
 
 
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CONGETTURE SUL FUTURO: esercizi

Gustav Courbet
Gustave Courbet

(abbozzo in evoluzione)

FASE 1 (attuale) in relazione alla popolazione generale e alle elite al potere
a) crescita demografica
b) mescolamento-ibridizzazione popolazione
c) lussureggiamento degli ibridi
d) graduale assuefazione degli ibridi, divenuti maggioritari, al consumo
e) graduale aumento delle patologie (obesità, depressione, addiction al mondo virtuale, ecc.) che favoriscono la decrescita demografica
f) aumento consumo merci
g) diminuzione della loro qualità
h) aumento delle merci prodotte da sistemi robotici

FASE 2
i) diminuzione mano d’opera utile (decrescita del lavoro generale)
j) possibile stabilizzazione demografica
k) incremento dominio della finanza
l) riduzione drastica economia produttiva umana
m) aumento produzione robotica
n) progressivo aumento dell’inutilità della forza lavoro (materiale e intellettuale) umana
o) in quanto inutile ne consegue un decremento della riproduttività umana
p) i capitali finanziari si manterranno floridi fino ad un limite imposto dalla crescente improduttività umana (riduzione della produzione di merci).
Questi limiti sono imprevedibili e dipendono sostanzialmente dalle riserve di ricchezza (e merci utilizzabili)  accumulate nelle varie regioni della terra dalle diverse elite dominanti
q) economia e specialmente finanza attestate in pochi nuclei di potere (famiglie, lobby, ecc.)
r) finanza senza economia
s) tentativi di ripresa parziale della produzione per foraggiare nuovamente la ricchezza finanziaria che, senza il substrato economico produttivo, presumibilmente non può reggere.
t) crisi generale per le seguenti cause principali: guerre termonucleari e/o malattie infettive e/o, incapacità di ripresa per mancanza conoscenze tecnologiche oramai appannaggio delle intelligenze artificiali e/o inquinamento irreversibile e cataclismi geotermici.
u) possibile insuperabilità di questa fase e conseguente entrata nell’estinzione della specie

FASE 3 (in assenza del punto 2u)
a) diminuzione demografica per le motivazioni 1-7 (vedi appresso)
b) conferma “famiglie” dominanti
c) miglioramento della conflittualità umana con numero popolazione terrestre ridotta (1 milione/1 miliardo?).
d) contrasti (virtuali?) tra “famiglie” e nuclei umani
e) le elite al potere domineranno un pianeta lussureggiante e spopolato (Eden)
f) abitazione in altri pianeti (obbligata o volontaria)
g) possibile estinzione per ridotto rimescolamento genetico in assenza di ridotta capacità di manipolazione del genoma.
h) possibile aumento delle caratteristiche funzionali della specie uomo per aumento tecnologia manipolazione genetica

SEGNI DI DECRESCITA DEMOGRAFICA
a) aumento coppie sterili:
a1) sterilità biologica (ormonale, ecc.)
a2) sterilità per patologie (obesità, depressione, addiction, virtualità, decremento delle pulsioni sessuali, ecc.)
a3) culturale/sociale/politica (transgender, omosessualità, contrarietà alla procreazione, decremento delle pulsioni sessuali (fenomeno biologico e/o sociale), ecc.)
b) fallimento programmi di procreazione artificiale
c) mancanza speranze riguardo il futuro dei singoli, delle coppie, dei nuclei relazionali che divengono autoreferenziali e quindi finiti in se stessi (senza discendenza)
d) guerre e conseguente diminuzione umani
e) diminuzione del lavoro e conseguente inutilità della forza lavoro umana vicariata dall’automazione progressiva e generalizzata
f) soppressione-estinzione indiretta del numero degli umani da indigenza, malattie, ecc.
g) soppressione diretta degli umani che, in quanto moltitudini, non sono più utili/funzionali al sistema

.

.
Le classi dominanti del pianeta comunque, ed  è una possibilità, potrebbero pianificare tutto questo per rimodellare finalmente in modo ecologico la terra e vivere più agevolmente in essa, assolvendo così i loro obiettivi di benessere. Estinguendo, inoltre, ogni “colpa” residua, ammesso che la cattiva coscienza o anche la coscienza infelice di qualcuno possa generare infelicità e malessere laddove il benessere (materiale, psicologico, morale), appunto, sia alla portata di mano senza residui. In sostanza potrebbero essere avvalorate, in qualche maniera, le tesi complottiste di varia colorazione politica.

O, al contrario, ci troveremmo all’interno di scenari prodotti dalla convergenza di molteplici fattori imprevedibili e prevedibili, voluti e non voluti.

Sarebbe, in definitiva,   più ragionevole pensare che quanto descritto approssimativamente  sia il possibile e inconsapevole risultato  di decisioni consapevoli ma incapaci di prevedere fallaci derive?
Le classi dominanti potrebbero, in fin dei conti,  essere interessate all’estinzione delle masse, divenute, come abbiamo detto, oramai inutili e inutilizzabili, in favore delle stesse elite. Non più l’usuale dicotomia masse/elite, declinata diversamente a seconda dei tempi storici, ma le elite come uniche e incontrastate ospiti del pianeta.

In altre parole, non sarebbe più congeniale al potere lo sfruttamento del lavoro che cadrebbe nell’oblio e i potenziali  possessori di forza lavoro diverrebbero soltanto orpelli umani senza alcuna funzione se non quella di contrastare,  potenzialmente le elite stesse. Anche se, la storia lo insegna, il contrasto e la liberazione dal potere sono fenomeni minoritari e francamente da tempo in via d’estinzione, senza, ovviamente, emettere giudizi sul loro merito.
L’iniquitopoiesi di cui parlavo nell’articolo “INIQUITOPOIESI (ricchezza uguale pauperizzazione) ovvero PROCURATIO INIQUITATIS”
(https://andreapitto.wordpress.com/2015/03/30/iniquitopoiesi/), avrebbe dunque la funzione diretta di far decrescere il numero di umani per stabilizzare una popolazione esigua dal punto di vista numerico ma, come dicevo prima, lussureggiante dal punto di vista qualitativo.
Oppure niente del genere rappresenterà il futuro prossimo e meno prossimo?

MIGRAZIONE E SFRUTTAMENTO DEL LAVORO—IL MACCHINARIO SFRUTTATORIO

D1
JEAN DUBUFFET

 

    La questione migratoria sta riproponendo un problema che dovrebbe oramai essere considerato classico, nonostante  non gli venga mai conferito il giusto peso: lo sfruttamento del lavoro.
Questo è, infatti, caratteristica imprescindibile del capitalismo, di più, è caratteristica di ogni società umana che presenti al suo interno, anzi che si fondi, sulla differenza, gerarchica, fra i componenti che la costituiscono.

Ciò non significa che il concetto di uguaglianza debba essere inteso come appiattimento di ciascuno tanto da divenire  indifferenziato rispetto agli altri. Gli esempi narrativi sono molteplici in questo senso, da G. OrwellR. Bradbury. O ancora, come di fatto avviene nella  tecnocrazia, avulsa da ogni credo tradizionale e dedita al culto del denaro e del consumo, in una collettività oramai costretta a ripetere il medesimo rituale: acquistare compulsivamente merci.

Uguaglianza, nell’accesione che utilizzo, significa, sostanzialmente,  uguali punti di partenza per giungere a ragionevoli differenze, affinchè  ciascuno abbia il necessario e inalienabile diritto a far valere  le proprie capacità peculiari senza il supporto determinante di altri (famiglia e classe agiata, capitali pregressi, ecc.) .

Il meccanismo che consente lo sfruttamento del lavoro – e qui si potrebbe in modo congruo fare il riferimento al  marxiano plusvalore e pluslavoro — è imprescindibile per il capitalismo, senza il quale le classi al potere non potrebbero accumulare profitti, sancendo la cesura netta tra esse e chi viene usato come merce capace soltanto di fornire forza-lavoro.
Dopo il lavoro sfruttato l’ulteriore fase che permette al capitalismo di svilupparsi,è, naturalmente  quella del consumo.

Tralascio, in questa sede —  e mi propongo di parlarne in modo specifico successivamente — di porre la questione se il consumo di massa possa o meno divenire obsolescente e non sia invece funzionale, agli interessi-desideri delle lobby al potere, la distruzione delle forze lavorative stesse, che inquinano  il pianeta con i loro smodati consumi e occupano spazi destinati a espletare finalità migliori per le elite.

I lavoratori  potrebbero, ad un certo momento,  essere considerati parassitari dai “poteri forti”, oramai attestati ai posti di comando in un pianeta che si spopolerebbe e in cui le   residue attività lavorative verrebbero eseguite da macchinari perfettamente autosufficienti o richiedenti esigua mano d’opera.

I mezzi di produzione, quindi, continuerebbero ad essere  di proprietà padronale, ma diverrebbero  oramai automatizzati dalla tecnologia (robotica) e non necessiterebbero più mano d’opera umana che, appunto, perderebbe ogni funzione divenendo inutile.
Un panorama del genere sarebbe una sorta di Eden contemporaneo o comunque futuribile sempre e soltanto a disposizione delle classi al potere che potrebbero, in aggiunta,  non essere più responsabili di alcun sfruttamento.

In primis perchè, come detto, questo verrebbe a cadere e secondariamente essendo stato sufficiente lo sfruttamento del lavoro condotto negli anni passati dalle generazioni precedenti.
Una fosca prospettiva, ma che potrebbe essere l’esito sperato dalle classi abbienti (dai poteri forti o come dice qualcuno da una sorta di macchinazione planetaria, direi comunque implicita, non determinata a tavolino),  che non dovrebbero neppure più preoccuparsi della sovrappopolazione, dell’inquinamento e del mantenimento dell’ordine interno ed esterno, essendo tutto sotto controllo e tutto ridotto numericamente.

Ma ritorniamo alla situazione attuale.

Un processo di migrazione epocale sta interessando specialmente il continente europeo, ma anche quello americano, se si considerano  le migrazioni, oramai decennali, delle popolazioni del Messico,  e quelle provenienti dai paesi dell’America del Sud.

Ebbene, tale fenomeno favorisce gli imprenditori che, sottraendosi financo alle leggi sul lavoro che regolarizzano quest’ultimo, utilizzano mano d’opera a basso e bassissimo costo, ottenendo lauti guadagni che eventualmente vengono impiegati per altre attività più complesse e sempre più remunerative, come del resto capita sempre nel  capitalismo.

Certo, il  mondo finanziario sembra essere avulso dal mero mondo del lavoro e tuttavia esso rappresenta la struttura posta al di sopra di una super struttura che, attualmente, rappresenta  radici salde e  apparentemente inestirpabili di quella.

Finora  il lavoro umano è ancora necessario, sia per lo sviluppo delle popolazioni stesse, sia per incrementare il potere delle classi dominanti.

Finora, ripeto, esiste ancora un cordone ombelicale che salda questi  due contesti  del mondo contemporaneo. Non può esistere l’uno senza che l’altro sia attivo in modalità più o meno funzionale al “macchinario capitalistico”.

Insomma, i processi migratori fino a un certo punto (è difficile definire quale sia il perimetro oltre cui anche il mondo dell’imprenditorialità davvero potrebbe entrare in crisi irreversibile) favoriscono il sistema  tecnocapitalistico e finanziario.
Del resto avviene un procedimento analogo da molto tempo. Quando, per esempio, una determinata  azienda si sposta in altri paesi dove il costo di mano d’opera è inferiore al paese d’origine si concretizza una migrazione paradossa. E’ l’imprenditore che insegue (migra) un mercato del lavoro più competitivo, che vuol dire sfruttabile in maniera più redditizia. Lo sfruttamento, infatti,  rimane il medesimo sotto il profilo generale, solo  permette maggiori guadagni all’imprenditore e decurta quelli dei lavoratori che diviengono  o rimangono macchine con un valore che dipende  esclusivamente dalla forza lavoro.

Questo tipo di considerazioni mi fanno propendere per il sintagma “macchinario sfruttatorio”, piuttosto che capitalismo, nel riferirmi specialmente alla società attuale, ma estendendone il significato anche alle altre  forme di  società conosciute. Per il lontano futuro, come dicevo poc’anzi, anche lo sfruttamento del lavoro verrà abbandonato per la diffusione introduzione massiva di strumentazioni robotiche e la successiva e progressiva riduzione numerica degli umani (vedi anche PS).

I motivi sono piuttosto evidenti, anche se vengono sempre oltrepassati, anzi rimossi, e si basano su quanto appena scritto che, in  sintesi estrema, può essere così riassunto:

1) Il capitalismo non è l’unica forma o modo di produzione, nella grammatica marxiana, che presenta differenze gerarchiche imposte, basate sullo sfruttamento del lavoro da parte del padrone (termine da reintrodurre nel glossario critico) e la differenza di autorità-potere tra gli attori sociali. Ricordo sempre Foucault quando parlava di micro diffusione del potere tra soggetti in società (quindi tutti).
Nelle società precapitalistiche — modi di produzioni che precedono il capitalismo, anche quelle antiche — lo sfruttamento del lavoro è assolutamente presente e determinante, sebbene accidentalmente  vi sono variazioni, nella sostanza rimane inalterato.
L’ingerenza sfruttatoria è dunque onnipresente ed è l’unico dispositivo che, di fatto,  unifichi tutte le società storiche e preistoriche, con poche eccezioni che, purtroppo, confermano la regola.

2) Introducendo la discriminante “sfruttamento” si possono fare distinzioni tra atteggiamento di “destra” e di “sinistra”. Laddove anche certa “destra” può, ad esempio, definirsi anticapitalista — senza sapere quale alternativa sia possibile preconizzare e forzando la propria ideologia di fondo che è inevitabilmente elitaria e controegualitaria — come alcune formazioni fasciste francesi.

Nessuno, ribadisco, nessuno, può, invece,  essere lecitamente di “sinistra” senza opporsi  decisamenteallo sfruttamento del lavoro.

Ciò rappresenterebbe, anzi, rappresenta, una contraddizione sanabile, si fa per dire,  soltanto con alte dosi di ipocrisia. Naturalmente laddove si considerino le motivazioni storiche, che hanno fatto nascere, a seguito dell’emersione di una certa “coscienza di classe”, le idee socialiste, anarchiche, comuniste e rivoluzionarie in funzione di  possibili cambiamenti strutturali.

Non si parla qui, evidentemente, di destra e sinistra all’interno di un contesto parlamentare, tantomeno riferite ai parlamenti europei che attualmente sono attestati allo pseudo potere politico, il quale, com’è noto,  è pilotato dal capitale-finanza.

Se lo sfruttamento del lavoro è determinante per comprendere una società, è dirimente anche per capire i significati e quindi le funzioni del  fenomeno della migrazione portato oggi a conseguenze drammatiche e difficilmente prevedibili.

E’ indubbio che non si tratti di turismo e quindi i soggetti che si spostano da una nazione all’altra lo fanno per motivazioni ben più importanti:

i) per sottrarsi a teatri bellici che mettono a repentaglio la vita di intere popolazioni.

ii) per avere possibilità di sostentamento anche minimo, ammesso che certe condizioni di fame possano permettere viaggi  — al limite con l’incubo, l’allucinazione e la tragedia — descritti spesso da giornali e testimonianze dirette di soggetti sottoposti a condizioni degradanti e oltremodo pericolose per l’incolumità fisica. Delle motivazioni  psicologiche non dico nulla, essendo evidenti di per sé.

iii) Motivi vari di cui non mi voglio occupare e che probabilmente sono minoritari e tuttavia bisogna essere possibilisti e accennare a  cause legate al trasferimento di miliziani e terroristi che comunque alla fine fanno sempre gli interessi dei padroni, anche se questi hanno il turbante in testa. E’ dirimente Il “conto in banca”, non l’abito, la fede religiosa o l’ascendenza genetica.

Vi sono, dunque, interessi capitalistici nell’immigrazione. Una vera e inedita  scoperta, certo!

I soggetti provenienti dai paesi in guerra o sottoposti a dittature feroci sono a basso costo.

Se riescono a essere cooptati nel mondo del lavoro europeo o “occidentale”, riducono il potere d’acquisto di chi è già presente in esso, maturato magari in decenni di lotte sindacali e politiche.
Certo, il magro benessere dei lavoratori europei, magro se confrontato con quello dei “padroni”, è fondato sulle politiche imperialistiche e coloniali dei secoli scorsi e tuttavia pare che adesso questo benessere si trovi  in un equilibrio instabile e difficilmente accettabile per  la maggioranza delle popolazioni Europa-Usa (per semplificare).

Dunque avviene una sorta di paradosso.

Le classi al potere possono trarre benefici dalla migrazione perchè, come abbiamo detto, abbassano i costi del lavoro. Per loro, quindi maggiori guadagni si prospettano nel futuro.

La popolazione generale, i lavoratori o le classi meno abbienti, invece sentono di essere in pericolo, appunto per la questione lavoro, che oltre a preconizzare situazioni di conflitto per accedervi, stante l’aumento del numero dei candidati, viene incontro a un generale processo di svalorizzazione. Ove si moltiplichino i candidati per eseguire determinate mansioni queste verranno ricompensate di meno. Maggior offerta di forza lavoro, minor valore della stessa.

Le classi al potere inoltre si possono mascherare facilmente da buonisti, da politicamente corretti, accogliendo “umanitariamente” i migranti. E’ di questi giorni (scrivevo nel 2015) il sospetto accoglimento da parte della cittadinanza tedesca dei migranti, specie libici. Esse  non hanno da perdere nulla nemmeno dall’aumento della criminalità – intrinseca all’aumento del disagio e della povertà, per cui si può dire che la criminalità sia  effetto del capitalismo – perchè possono permettersi appartamenti e ville superprotette e magari guardie del corpo lautamente pagate.

La popolazione generale, invece, è sottoposta a maggiori rischi da parte della criminalità organizzata o meno, perchè ha scarse possibilità di difesa, essendo la difesa istituzionale spesso aleatoria, tanto più se aumentano esponenzialmente le richieste d’intervento.

Insomma, il numero dei potenziali crimini aumenta in modo direttamente proporzionale al numero di soggetti che si trovano in situazioni di indigenza o che considerano proprio queste come meta ambita, per la quale eventualmente, rischiare  la stessa vita in trasbordi rischiosi.

L’immigrazione come dispositivo dello sfruttamento da parte del capitalismo è stata preso in considerazione, tra gli altri,  anche da F. Engels (1820-95) che, figlio di un proprietario di filande e pietista devoto,  scrive nel 1945 La situazione della classe operaia in Inghilterra, in cui afferma:

“L’operaio inglese ha da lottare con un simile concorrente, un concorrente che sta nel gradino più basso ch’è possibile in un paese civilizzato e che perciò abbisogna di un salario minore di qualsiasi altro. Perciò è impossibile, come il Carlyle dice, che il salario dell’operaio in tutti i rami  in cui l’irlandese può con lui concorrere, non venga sempre più abbassato. Questi rami di lavoro sono molti. Tutti quelli che richiedono poca o nessuna abilità, sono aperti all’irlandese. (…) Ma dove si tratta di un lavoro semplice e poco esatto, che dipende più dalla forza che dall’abilità, in tale caso l’irlandese è capace quanto l’inglese. Perciò pure questi rami di lavoro sono abbandonati dagli inglesi.(…) L’affollarsi di questa nazione (gli irlandesi) ha contribuito moltissimo all’abbassamento del salario e della classe lavoratrice; (…) si potrà (poi) intendere come la condizione del lavoratore inglese deplorevole per l’industria moderna e per le sue conseguenze, sia divenuta ancor più degradante” (F. Engels, 1845, p.73-4).

Degradata e, aggiungo,  funzionale all’accumulazione di capitale.

Il Manifesto del Partito Comunista fu redatto da Marx ed Engels,  tre anni dopo, nel 1948.

In conclusione, preferisco designare il capitalismo e i suoi dispositivi di potere come “macchinario sfruttatorio”, perchè lo sfruttamento del lavoro a tutt’oggi rimane  condizione necessaria non soltanto del capitalismo stesso ma anche dell’insieme più ampio dei modi di governo che caratterizzano la storia dei popoli.

 Lo sfruttamento del lavoro, come abbiamo appena detto,  inoltre si avvale spesso di condizioni tragiche ed estreme — tra cui  l’immigrazione che adesso ha  l’onere della massima visibilità mediatica — e può mascherarsi  impunemente dietro i muri dell’ignoranza e della mancanza di critica militante, apparendo altro da se stesso.

Vuoi sembrando necessario per ogni lavoro umano.

Vuoi come regalia, donazione, alla massa degli sfruttati.

E i padroni riescono ad avere sempre la meglio.

Essi non offrono occasioni di  lavoro, ma sono  i lavoratori che costruiscono la  loro ricchezza.

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BIBLIOGRAFIA CITATA

F. Engels, (1845), La condizione della classe operaia in Inghilterra, Roma, Samonà e Savelli, 1972

NOTA

Poche parole per specificare meglio la possibile fase futura del capitalismo.

L’ultimo stadio (entro un secolo da adesso e limitandomi a questo intervallo temporale) potrebbe essere caratterizzato dalla penuria inesorabilmente progressiva  del lavoro fino alla sua estinzione come lavoro umano in favore di quello automatizzato. Da ciò  consegue il venir meno della funzione delle masse — non più forza lavoro ma “inutili” soggettività  causa di infezioni, rifiuti e occupanti spazio — che potrebbero essere indotte all’estinzione attraverso vari meccanismi dalle classi al potere orientate al possesso di una terra non più inquinata e senza una “fastidiosa” sovrappopolazione. In questo senso si attuerebbero sterilizzazioni e omicidi di massa, sviluppo di malattie a induzione   artificiale, agevolazioni culturali antiprocreative tra cui enfasi verso l’omosessualità che da orientamento libero e personale diverrebbe modello privilegiato al servizio delle politiche di potere, come un tempo  erano quelle di far figli, ecc. Congetture, naturalmente, ma ipotesi alquanto ragionevoli. Purtroppo.

FUSARO, COSA TI STA CAPITANDO?

MAGRITTE
RENE’ MAGRITTE

“Un idealista non può essere razzista.” dice Diego Fusaro dopo aver affermato ” positivismo, ossia della peggiore filosofia esistente.”

Cosa sta capitando a Fusaro?

Gentile non era forse razzista e al contempo idealista, visto che ha sottoscritto fino all’ultimo la politica di Mussolini?
Hitler non era forse idealista quando parlava di regno millenario e si contrapponeva al materialismo storico?
E Alfred Rosenberg col suo Mito del XX secolo?
Era forse razzista il naturalista e positivista anarchico Pietr Kropotkin, ricordato, se non altro, per il suo concetto di “mutuo appoggio”?
Insomma non c’è alcuna possibilità di pensare il “positivismo” come una corrente filosofica razzista e, al contrario, far passare l’“idealismo” come tendenza verso la libertà.
Verso la libertà dei mercanti di schiavi, questo magari sì.
La libertà dei “capital finanzieri” di dominare la società al fine di impinguare i loro conti bancari, questo di nuovo sì.
Comprendere le cose anche dal loro lato meccanico e quantitativo, come è nello spirito forse non esaustivo ma fondamentalmente condivisibile, del “positivismo”, ci rende comunque capaci di osservare meglio i danni del capitalismo e ci induce a cercare nuove vie per far fronte al dramma delle società contemporanee con cognizione di causa.

Non con voli pindarici di menti idealistiche che mascherano gli ideali appunto con i propri interessi di casta. O che pensano a ideali soggettivi e autoreferenziali.

Insomma, Fusaro ha affermato qualcosa di assolutamente non condivisibile e mi domando il perchè di questa deriva, dato che essa sta divenendo tale, essendo caratterizzata da oramai troppo frequenti cadute di stile.

Fusaro, comunque, a scanso di equivoci,  usa il termine “idealista” e “positivista” in senso filosofico. Cioè a ragion veduta, essendo un filosofo acuto e colto. Tra l’altro c’è anche la corrente degli “ideologues” francesi (‘700-‘800), come A. L-C.  Destutt De Tracy e P-J-G. Cabanis, che potrebbe complicare le giuste attribuzioni ai concetti espressi.

Comunque se per caso Fusaro intendesse l’idealismo nel senso di ideali da proporre e da raggiungere allora sarebbe più condivisibile, ma allora non si potrebbe dire che solo gli “idealisti” sono appunto idealisti, ma vi sono anche i “materialisti” , cioè i “positivisti” come Kropotkin e un’infinità di correnti “comuniste” che hanno progetti (ideali) per cui lottare.

Un esempio tra i molti, per la verità piuttosto curioso se non controverso.

Auguste  Comte, positivista iniziatore degli studi sociologici, intesi come fisica sociale,  negli ultimi anni della sua vita, pur mantenendo fede al valore della ragione, diede forma  al Sistema di politica positiva con connotazioni piuttosto vicine a quelle religiose, sebbene  fossero  indirizzate non ad una divinità trascendente, bensì all’intera umanità, chiamata Grande Essere. Per la verità Comte debordò alquanto dai limiti che usualmente si pone un discorso razionale o positivista, infatti parlò di Grande Ambiente, per riferisrsi allo Spazio e di Grande Feticcio, riferendosi alla Terra. Tre concetti che nella sua visione imitavano la Trinità cristiana.

Non credo, tuttavia,  che Fusaro incappi in queste imprecisioni terminologiche perchè è uno studioso attento e critico. Sa benissimo di cosa si tratti.

Il fatto è che a volte si può anche sbagliare o prendere posizioni che per altri — e io mi trovo tra loro —  non sono così conseguenti come parrebbero a prima vista.

Comunque, appunto, mi chiedo come mai Fusaro a volte se ne esca con queste affermazioni.

Sono certo che il motivo non sia dovuto a ignoranza, ma a qualche “calcolo” filosofico arcano.

Forse, a ben vedere, intende costruire un suo sistema di pensiero dove tutto sia ben congegnato  e conseguente e dando così adito alle  critiche degli attenti commentatori.

Vedremo, è da molto che lo seguo.

PS

Un intervento di qualche giorno fa in una trasmissione televisiva che si occupa di  commenti politici ha fatto vedere il Fusaro migliore.

Un Fusaro del tutto condivisibile, da cui è emerso  anche quel pathos che spesso latita nella sua personalità, solitamente composta e dall’eloquio corretto oltrechè perfettamente comprensibile.

Vista la sua contrapposizione al dominio dell’economia sulla politica è facile prevedere che a breve entrerà nell’agone parlamentare, sperando, tuttavia,  che non ci siano sorprese spiacevoli.

In politica tutto può accadere: è finora un calderone acceso da un fuoco esterno (l’economia) e può estinguersi oppure ribollire a prescindere dalla qualità del materiale (i politici)  che subisce i dinamismi  termici.

A SEGUITO DELL’ARTICOLO “LA CAUSA DELLE TRAGEDIE”

AP123
KAREL APPEL

(DA REVISIONARE)

La questione delle lobby apolidi è soltanto un’espressione per dire che il capitalismo non può più essere nazionale ma globale, anche se parrebbe che la gesione delle moltitudini, invece, continui ad essere di pertinenza nazionale.

Quindi mi pare inutile dire altre cose a proposito. Del resto parlare di lobby riferendosi ai “poteri forti” dei vari paesi rimane sempre terminologia confinata ai “vari paesi” e invece non è così. La mondializzazione del capitale e della finanza è fenomeno facilmente visibile. Rimane il fatto che le “famiglie” al potere siano esigue e che gestiscano, direttamente o meno, l’intero capitalismo mondiale con qualche dissidio tra “famiglie”, diciamo con terminologia abbreviata, occidentali e orientali.
Riduco al minimo i commenti sulla proposta di un partito nell’epoca dei movimenti che possa imprimere (come è stato nella storia di tutti i partiti specie di quadri dirigenziali) il programma di partito senza avere le moltitudini al seguito. Al vertice i dirigenti del partito preteso del popolo a alla base i consueti proletari.

Insomma, al massimo potremmo parlare e auspicare il “conciliarismo”, ma un partito mi pare anacronistico se non demagogico, ammesso si conoscano i fatti della storia.
Perchè è “impossibile” il comunismo e quindi un partito comunista oggi? E lo dico in fondo con rammarico anche se ripeto quello appena scritto sugli esiti di un partito, che in quanto “parte”, come si evince dal termine, può soltanto credere (in buona o mala fede) di rappresentare le moltitudini. Impossibile perchè i “diritti” acquisiti dall’occidente (Italia, Francia, Germania, Usa, ecc) sono difficilmente cedibili.

Il “proletariato” non esiste più oppure si è socialdemocratizzato o qualunquistizzato ben sapendo però quali siano i privilegi acquisiti e ben sapendo come fare per continuare ad averli e cioè adeguarsi senza fare rimostranze radicali.
Uno di questi modi è, infatti, mettere in soffitta le idee comuniste (il partito lo è stato da molto più tempo).
Se non si facesse così, quale giustificazione potrebbe portare avanti un soggetto italiano (comunista a parole, perchè solo così è possibile, almeno attualmente) possessore di casa/e stipendio-salario, auto, ecc che si rapporti con un libico appena sbarcato in suolo italiano senza nulla addosso e magari dopo aver perso la famiglia?
Si configuran nella migliore delle ipotesi, una sindrome che ho chiamato Sindrome di Schindler di cui parlerò successivamente.

Scrive un interlocutore:

“1) controllo operaio delle fabbriche (riduzione del profitto nelle mani di pochi, redistribuzione, no caduta saggio di profitto);

2) anti-imperialismo (anzi, appoggio ai Paesi anti-imperialisti);

3) diritti sociali uguali per tutti (e non individuali. Es: la Moschea è un diritto individuale – e inutile – mentre i pari diritti sul lavoro tra “italiani” e “immigrati” sono diritti sociali che, tra l’altro, impediscono al capitale di creare la “forza industriale di riserva”). “

I tre punti mi trovano idealmente daccordo, infatti raffigurano, specie il primo,  la possibilità del consiliarismo e tuttavia gli “operai” stanno diminuendo continuamente di numero e così cala la loro possibilità di organizzazione, già di per sè assai scarsa.
E sappiamo che l’organizzazione antagonista al potere è fondamentale (vedi appunto il Che fare? e Stato e Rivoluzione, perlomeno e citando soltanto in ambito marxista, anzi leniniano).
La parcellizzazione del lavoro è caratteristica del mondo attuale e con essa diminuisce , ripeto, la possibilità di comprendere che il nostro è un “macchinario sfruttatorio” i cui esiti sono operanti in ogni rapporto di lavoro, operaio e non operaio, anzi specialmente non operaio dal momento che come dicevo il vecchio proletariato oggi è in decremento e inoltre si è socialdemocratizzato proprio perchè avendo più benessere, diciamolo, se ne strafrega di coloro che non ne hanno altrettanto, spesso rimuovendo del tutto coloro che non ne hanno affatto.

E’ certo che sia meglio parlare di mezzi di produzione, entrando nel merito delle disparità tra cittadini nel disporre di capitali e beni di consumo sostanzialmente privati.

Infatti mi riferisco preferibilmente  a quelli, tuttavia quando la proprietà privata esonda oltre limiti sempre difficili da delineare non c’è dubbio che bisogna tenerne conto.

Ad esempio (macroesempio) certe nobiltà europee hanno solo oro e tenute e non mezzi di produzione stricto sensu e tuttavia mi sento di fare la mia critica a quella proprietà privata anche se appunto non è relativa ai mezzi di produzione.

I beni personali sono inalienabili sotto un certo punto di vista, ma anche qui come valutarli e poi è necessario scovarne la genesi che se non è personale mi trova in rotta di collisione. ma siamo su un terreno teorico. nella pratica tutto si confonde e la cosa migliore è considerare le cose secondo il detto aristotelico “in medio stat virtus”. insomma il buon senso fa comprendere che la società non dovrebbe (Sollen) mai presentare divari grandi tra i cittadini e invece non è così.

Mi pare che si debba prendere coscienza del fatto che sia una vera e propria aporia quella della concezione partito.

Da una parte le moltitudini possono , come asseriva Lenin, arrivare soltanto ad una concezione tradeunionistica e quindi non radicale e rivoluzionaria.

Dall’altra il partito come forma di organizzazione politica non può che essere elitario e quindi ristabilire al suo interno la gerarchia che è uno dei fattori del “macchinario capitalistico” (l’altro essendo appunto il capitalismo stesso).

Solo pochi gruppi, tra cui in Italia Lotta Comunista (che tra l’altro s’è assurdamente scissa qualche tempo fa), portano avanti la visione del partito tradizionale  che conosciamo.

Tuttavia tale forma non ha probabilmente  futuro, né riguardo il futuro comunista, né quello impostato su altre visioni politiche e sociali.

Comunque anche qui è una questione di personalità (fattore soggettivo della storia, cfr.  Plechanov, parzialmente Lenin e W. Reich): ci sono quelli che prediligono essere all’interno di una gerarchia e altri che vedono la gerarchia come uno degli aspetti da combattere.
L’accenno allo spontaneismo visto in senso critico e quindi criticando la visione di Rosa Luxemburg, degli “olandesi”, di tutti i movimenti anarchici, mi pare scontata per chi si attesti alla visione limitante che fu di Lenin, che tra l’altro ancora nel ’17 diceva “tutto il potere ai soviet”.
Successivamente  l’aver assunto il potere e comunque le condizioni post rivoluzionarie della Russia sovietica lo fecero drasticamente cambiare idea. Ecco perchè, tra l’altro, viene assunto spesso come eponimo di Stalin.

La storia comunque dimostra che tutte le strutture di comando sono similari e affiliate al potere in qualsiasi forma si manifesti, quindi non possono per definizione rappresentare uno strumento per combattere la fonte che l’ha generate. Ma sono questioni superdibattute da decenni.
Non è poi molto importante che siano “poche famiglie” o tante o siano altri gruppi di potere designati diversamente (lobby ad esempio, ma non è determinante) a detenere i capitali e le risorse mondiali.
Quel che è importante, e credo che su questo non ci debbano essere dubbi, è che il capitale non è gestito dalle moltitudini organizzate per esempio in consigli o, in certe versioni di nicchia, in TAZ, pur non essendo purtroppo queste ultime un vera alternativa al capitalismo (rimanendo un’esperienza “culturale”,  limitata a pochi individui).

Alternativa che, badiamo bene, non è stata ancora trovata.

Il capitalismo non ha attualmente nessuna alternativa seria e comprovata se non quello della gestione da parte delle masse che, come si sa, è qualcosa di là da venire, se mai avverrà questo salto di qualità.

Intanto i gruppi di potere se la ridono di queste analisi oramai, debbo dirlo, trite e ritrite, perchè il loro potere è in conflitto soltanto con altri poteri (altre lobby, altre famiglie, altri stati, ecc.) e non è in  un vero e proprio conflitto con le moltitudini sfruttate che subiscono.

Riguardo a quello che avremmo oggi rispetto al passato non entro nell’elencazione anche di esempi tratti dalla mia decennale presenza nel mondo.

E’ evidente che in Occidente le condizioni siano migliorate sotto l’aspetto dei beni di consumo.

Vedi per esempio lo strumento che mi permette in questo momento  di veicolare le mie idee. Ieri non era certo possibile. E’ solo un esempio, come quello dell’età media, oggi notevolmente superiore a quello degli anni cinquanta e ancora oggi spesso è il doppio se non  più di quello che caratterizza  certi paesi dell’Africa centrale .

Altra cosa è valutare, invece, la mancanza di “senso”, tipica della società dei consumi devota alla teologia del mercato.

Perchè c’è il nulla piuttosto che l’essere? Diceva il filosofo e sociologo Jean Baudrillard, facendo eco al quesito di Leibniz (perchè c’è l’essere piuttosto del nulla?).
Spesso accade tra interlocutori, specie interlocutori che hanno qualche analogia di vedute, che si perdano nei meandri del ragionamento e delle citazioni e intanto il Potere si rinvigorisce sulle quisquilie dei suoi stessi avversari.

Conclusione approssimativa: sono certo che la “ragione” non sia nel partito piuttosto che trovarsi nelle moltitudini agite dal loro spontaneismo (anch’esso da questionare, naturalmente).
Anzi, penso che se queste hanno ancora bisogno del partito/i allora i tempi non sono maturi e forse non lo saranno mai per un cambiamento radicale che non può che essere anticapitalistico, antigerarchico e naturalmente antisfruttatorio.

Dimenticavo: riguardo alle lobby capitalfinanziarie (nei termini da me usati o altri in analogia) starei attento a negarne l’ontologia, come qualcuno fa,  e comunque non ci tengo propio a cercare “prove” che le attestino sulla scena mondiale.
Stessa riflessione sulle lobby apolidi, come detto in precedenza.

Bisogna cercare di essere elastici nelle riflessioni, specie politiche perchè spesso termini “creativi” non è detto che siano meno efficaci e congruenti con la realtà di altri termini consolidati nel tempo nei vari ambiti di ricerca di riferimento.
Apolide o con carta d’identità statunitense, israeliana o degli emirati uniti, il potere economico-finanziario è sempre tale. E poi il termine apolide ben evoca il concetto della transnazionalità del capitale che si estrinseca come ben sappiamo attraverso il consumo di merci, oramai extrema ratio dei popoli che lo possono ancora fare.

La questione sociale non è cosa semplice. Mi pare quindi che gli sforzi, gli esperimenti per modificare l’assetto del capitale non credo possano essere considerati con ironia come alcuni fanno di tanto in tanto., specie riferendosi al cosiddetto “spontaneismo” delle classi oppresse.
Ogni esperimento può fallire. Altri se ne faranno. Ma in politica non è possibile dare per certo quasi nulla e comunque l’esperimento partito comunista dei quadri mi pare obsoleto.
Purtroppo devo aggiungere, perchè sarebbe stato così possibile cambiare qualcosa in senso radicale e invece tutto è più complesso e nessun partito o partitino può nulla o quasi contro il granitico potere dei poteri forti.
Dunque sperimentare altre strade oppure l’accettazione presente dello stato di cose si prospetta come l’unica reale alternativa, quella che di fatto è stata fatta propria dalle moltitudini occidentali ,alle quali vengono ancora permesse cose che in altri paesi sono solamente sogni e illusioni.
Le “differenti impostazioni ideologiche all’interno del movimento comunista” sono la deriva di questa complessità, ma oggi in pratica tutti i “comunisti” se ne stanno buoni a leccarsi le ferite ove ci siano ferite e a crogiolarsi delle loro presunzioni ideologiche che sono soltanto parte dell’ “ideologia dominante”.

Anche i sogni comunistici da parte di un benestante occidentale sono, naturalmente, parte dell’ideologia dominante, seguendo la lezione di Marx. Sono, in sostanza, espressioni della “coscienza infelice” alla ricerca di qualche impossibile riscatto.
Forse aveva ragione il pensatore di Treviri: la società cambierà al di fuori della volontà dei singoli, per le vicissitudini interne al capitalismo.

Tuttavia io solitamente sono dell’avviso che bisogna fare ” come se “sia possibile cambiare anche con la nostra attività, vuoi intellettuale, vuoi pratica.
Ma quello che impedisce maggiormente la trasformazione è l’organizzazione delle singole volontà le quali prima di coordinarsi debbono accordarsi.

Accordarsi per raggiungere gli obiettivi: questo il problema che da sempre necessità una soluzione.

SU GIOVANNI GENTILE (seconda parte)

DUBU
JEAN DUBUFFET

(in revisione)

Le analisi poco obiettive e inadeguate   sono quelle che non considerano il contesto che è sempre politico e sociale.

Non si tratta, alla fine dell’analisi che si è elaborata, di anteporre ma di includere i fatti e poi emettere un giudizio che può cambiare.  Tuttavia, al momento, è quello che uno deduce dalla sua analisi. La “censura selvaggia e aprioristica” (terminologia non mia) , di cui parlerei per certuni, riferendomi all’opera gentiliana, deriva certo da una provocazione.

E’ chiaro che non si può davvero rimuovere, scotomizzare e “punire” chi ha collaborato col fascismo producendo opere dell’intelletto che lo hanno suffragato.

La mia “punizione”, del resto,  è ideale, purtroppo. Potrebbe ricordare l’idea “igienica” del pittore e scrittore Alberto Savinio, quando raccontava che in giovane età si fece promotore di una associazione, forse anch’essa del tutto ideale, che promuoveva  l’emendazione, igienica, appunto del fascismo e di Mussolini che consisteva nella loro rimozione affinchè non fossero presenti nei discorsi e nella pratica quotidiana, nel desiderio, al fine, di poterli dimenticare veramente. Al fine, cioè, di poterli negare, fare come se non esistessero, allontanarne così, per quel che era possibile,   l’infezione.

Hitler, Heidegger, Gentile (sì li metto assieme) hanno scritto i loro trattati, apparentemente nelle “stanze tutte per loro”,  ma, in realtà,  hanno anche usufruito del potere autoritario creato, mantenuto o ratificato da loro stessi.

Nella questione Gentile non si deve dimenticare di citare il suo libro su Marx, il fatto è che in un breve scritto non si può fare la summa dello scibile umano sull’argomento che si sta trattando. Comunque “La filosofia di Marx” di Gentile è stato un libro importante per la ricezione in Italia del Marx filosofo, nessuno lo può negare.

Resta da vedere se il Marx filosofo sia meglio dello “scienziato” e dell'”economista” ai fini dello svezzamento della società dal capitalismo, sia pure rimanendo in ambito teoretico.

In questo non si deve essere apodittici e dogmatici: il giudizio di Lenin può anche essere riveduto, tant’è che Gentile non scrisse quasi più nulla su Marx e se lo fece lo fece con piglio decisamente critico.

Pensare dogmaticamente  dando per scontato appunto il giudizio di Lenin e quindi vedere in Gentile un ottimo maestro di pensiero nonostante le nefandezze che coprì appoggiando il fascismo, essendo fascista fino alla fine, mi pare atteggiamento bigotto, aprioristico, inutile se non nocivo.

Di sicuro possibilista e non autenticamente  avverso a fenomeni come il fascismo.

Questo è stato un pensiero, un modo di governare, una struttura caratteriale, uno pseudo imperialismo.

Tali elementi, tutti, sono da giudicare in senso negativo se si vuol contrastare il fascismo appunto. Altrimenti o si è fascista senza neppure saperlo o si fanno esiziali valutazioni buoniste.

Giovanni Gentile ha scritto una frase, una pagina, un capitolo, degno di nota? Tutto passa allora in secondo piano, sebbene  abbia  firmato il manifesto fascista,  elaborato un sistema educativo gerarchico che scinde sostanzialmente scienza e studi umanistici, abbia partecipato alla criminale e volgare repubblica di Salò senza tirarsi indietro?

Un “fascistissimo” come lui non deve essere studiato e se lo si fa lo si faccia per dimostrare quanto un pensiero, una filosofia sia degradata nella sua essenza proprio perchè chi l’ha elaborata e scritta non ha saputo estraniarsi dalla violenza del fascismo.

Non si studia, ripeto, un fascista.

La vita è breve e ci sono moltissime cose nel mondo del sapere che sono più degne di qualche centinaia di pagine macchiate di sangue e abominio.

Sono convinto che se io avessi vissuto i momenti che hanno portato alla morte di Gentile non mi sarei tirato indietro.

Gentile ha vissuto da “signore” la sua esistenza, da dominatore con la sua famiglia, rispettato e agiato.

E’ giusto che abbia pagato, come tanti altri, con la sua vita.

Andiamo avanti con la nostra ricerca. C’è tanto da studiare nel mondo culturale e scientifico .

Non attestiamoci a personaggi che rappresentano il “male”, se non altro il degrado di una mente.

Altrimenti potremmo amarli come pensatori e poi estendere questo amore anche alle sue scelte di vita, alle sue scelte politiche.

Ecco come può nascere una mentalità fascista.

Così si può dire di Heidegger che nei Quaderni neri esplicita il suo antisemitismo “metafisico”.

Si parte dalla passione per questo paroliere e poi è possibile confermare le sue scelte naziste.

Meglio sarebbe non parlare di Hitler se non in casi assolutamente necessari e magari come monito  per il presente e il futuro. Insomma tenere Gentile, Hitler e Heidegger in quella zona che Freud chiamava “preconscio”, una zona della mente che non era cosciente al momento presente ma che poteva sempre essere riesumata ogni qualvolta se ne avvertiva la necessità.

Dico solo che essendo apparentemente criticato da tutti vi sono alcuni che dalla lettura del Mein Kampf traggono sollievo e maturano un certo entusiasmo distruttivi.

Rimuovere Hitler sarebbe l’atto migliore.

Non lo si può fare e infatti rimane un pericolo per la libertà di pensiero e di azione e specialmente per la libertà di critica.

Perchè anche di critica?

Perchè certe tipologie di pensiero sono fascinanti e inducono un entusiasmo tale da ridurre al minimo le capacità cognitive dei soggetti che hanno la sfortuna di esserne coinvolti.

Ciò è valido certo per Hitler, meno per un Gentile, il cui campo di fruizione è assai più ristretto.

Ma intanto se viene riproposto in un programma di studi universitari (al posto di tanti altri più contemporanei e non corrotti dalle scelte passate del suo autore) ciò può produrre la deriva di cui accennavo prima.

In prima istanza amore per il suo pensiero, in seconda istanza revisione del fascismo e magari sua attualizzazione.

Del resto andiamo verso uno stato totalitario, a quanto pare, e allora trovare radici nel passato è sempre un’ottima opzione per il potere che così viene suffragato anche sul piano della cultura, anzi della “cultura”.

Bisogna stare attenti e pensarci più volte prima di accusare di fascismo un’idea, anzi una proposta per la verità evidentemente ironici. Mi riferisco a quando propongo  la “censura” che vorrei su Gentile. Tra l’altro io, ripeto,  non ho mai parlato di  censura ma di scotomizzazione, rimozione, che sono fenomeni fisici, al più psicologici e non politico-giudiziari, come la censura appunto.

In risposta a  un interlocutore che scrive, a commento del mio articolo:

“estenuante ripetizione dei soliti luoghi comuni, come se non fosse possibile una riflessione più seria e attenta”:

 Sono convinto che  e mie risposte siano riflessioni serie e attente che si contrapongano al solito pressapochismo che crede di essere riflessivo e invece se ne frega dei madornali errori in cui incorrono personalità anche “grandiose” come sono, almeno per la storia della filosofia, Gentile e Heidegger.

Coprire, giustificare il “male” fatto (proprio e degli altri) può essere la prima fase a seguito della quale subentra la ripetizione del “male ” stesso (proprio o degli altri), intanto tutto può assumere le sembianze di arricchimento culturale o di percorso filosofico.

A me sembra un luogo comune fare analisi sul pensiero altrui senza considerare imprescindibile l’intero contesto della sua personalità. Operazione quindi acefala e sostanzialmente fallace.

Non si deve per forza essere  “oggettivi”, “avalutativi”, seguendo la grammatica di Max Weber, quando si fa un’analisi per esempio di un filosofo come Gentile o Heidegger o ancora di Rosenberg. Ma, anzi,  si deve cercare di essere sempre attenti ai risvolti sociali e politici  di questi sistemi di pensiero, abbandonando  lo snobismo di chi vuol reinterpretare teorie obsolete o soltanto passate, per credere di far opera nuova e inedita, trascurando la storia e anteponendo la propria analisi composta nella torre d’avorio dell’intellettuale in cerca di una propria originalità.

Più che rancore verso certi personaggi gia defunti, come quelli nominati, io provo disprezzo (de-prezzo, non valore)  e questo disprezzo mi induce a conoscerli, ripeto, conoscerli, per seppellirli.

L’attualismo è certamente una filosofia, ma una filosofia che non ha questionato il fascismo (nè il sistema sfruttatorio, nè quello gerarchico, nè il capitalismo, nè lo spirito bellico del fascismo) ) entro cui s’è sviluppata e dunque è una filosofia congruente con una forma di totalitarismo che non ha nulla a che fare con la libertà da alcuni attribuita ai sistemi idealistici.

L’idealismo (di cui l’attualismo è inseribile genericamente) è sostanzialmente filosofia elitaria che crede di oltrepassare la materia e poi diventa asse portante delle classi al potere che sfruttano il lavoro e costruiscono il loro dominio sul denaro, pertanto è quanto di più biecamente materialistico ci sia.

Ribadisco, molto spesso è proprio questione di funambolismi interpretativi e “marchingegni” ermeneutici sofisticati quelli che supportano certe filosofie o certe “fedi”.

Forse non è ancora   comprensibile interamente   quale sia l’approccio primario che io  sostengo.

In primis, per vedere di essere più esaustivi, io intendo  fare un’analisi STORICA di un Gentile (o di un Heidegger) che mi porti a ravvedere le analogie tra quello che fa è ciò che pensa il soggetto in questione. Non credo ci sia mai una cesura netta tra questi ambiti. Quindi ciò che fa nella vita, nella società, in politica, un pensatore, un filosofo è certamente e sempre congruente con la sua filosofia(cfr. Fichte).

Ergo se questi è PROFONDAMENTE fascista non può per nessuna ragione costruire un sistema alieno da componenti fasciste.

Successivamente, dopo questa premessa di lavoro, se voglio posso approfondire un po’ il sistema in questione, ma , ripeto, la vita non è infinita, e vi sono moltissime altre occasioni per formarsi filosoficamente, scientificamente, culturalmente, senza utilizzare personalità spurie, compromesse con ambiti esecrabili.

Il conoscere si fonda su possibilità davvero molteplici e quindi le scelte possono essere più oculate e in sintonia con i contesti che più si sentono vicini.

E non sento vicino un fascistissimo come Gentile, nè un antisemita come Heidegger.

Chi sente questa vicinanza comprenda pure tra il materiale da studiare anche le opere di questa gente, da parte mia non ha che la commiserazione e in alcune circostanze, solo in alcune, ancora il disprezzo (e mi riferisco a interlocutori generici).

I veri discorsi costruttivi sono quelli che, appunto, valutano tutti gli aspetti di una personalità non qualche frase qui e là, magari ben scritta e fascinosa.

E’ necessario studiare la storia , la psicologia, la sociologia e magari anche antrolologia e politica per avvicinarsi un po’ alle questioni e non soltanto mettersi dalla parte del filosofo in questione per comprenderlo.

Per altro una metodica condivisibile ma soltanto in prima istanza. Se non viene completata dall’integrazione con altri contesti conoscitivi rimane sempre castrata e può far prendere strade fallaci e magari anche inutili. In sostanza fa perdere tempo alla vera ricerca.

Mi spiace che si usi malamente la critica parlando con frasi francamente provocatorie come “una conoscenza così volutamente sommaria, aprioristica, settaria come quella qui sfoggiata e che però pretende presuntuosamente di ergersi a giudizio insindacabile della storia”,come si legge in un commento all’articolo precedente su Gentile (cfr.: https://andreapitto.wordpress.com/2015/09/03/su-giovanni-gentile/.).

Io non mi permetto quasi mai di ergermi a giudice di persone non conosciute, nè indirizzare queste parole ai miei  interlocutori ma vedo che questa mia sensibilità non è molto diffusa. Al solito la presunzione prende il sopravvento.

In conclusione ribadisco la mia netta avversione verso le riabilitazioni intellettuali di chi non è riabilitabile storicamente.

A mo’ di postilla, riprendendo ciò che ho già scritto e smorzando un po’ il tono apodittico dell’affermazione precedente vorrei però aggiungere quanto segue.

Nella misura in cui sia possibile “decostruire” il discorso gentiliano, smontando il suo pensiero e utilizzarne alcuni “pezzi” per ricomporli in un altro sistema che aborra  i fondamenti su cui lo stesso è stato elaborato, sviluppandosi fino alle ultime produzioni del filosofo siciliano, ebbene, se è possibile operare in tal modo, allora  ben accetto sia l’interesse degli studiosi  che, con finalità liberatorie e svincolate da concezioni gerarchiche o di potere coercitivo (fascismo)  facciano emergere dalle opere gentiliane quel che è utile in tal senso.

Un genere di operazione che,  in fondo, è consueta, perchè, laddove non  si mantenga  ristretto il perimetro di un pensiero, rendendolo dogmatico e eternamente uguale a se stesso,  tentarne la critica o elaborandolo ulteriormente è proprio l’impegno che occupa il “pensatore”, sempre alla ricerca della “verità” e delle interpretazioni  più congruenti alla realtà stessa, aprendo, inoltre,   a quest’ultima    orizzonti liberatori.

Il contrario di quanto ha fatto Gentile col suo stesso pensiero.

 

SU GIOVANNI GENTILE (prima parte)

GA
Paul Gauguin

Non è necessario aver letto “tutto ” Hitler per conoscere in quale ambito siamo  se per caso ci troviamo  in presenza dei suoi scritti.

Ciò vale anche per Gentile, naturalmente, del quale ho  dato una  veloce lettura all’ultimo libro” Genesi e struttura della società” (1946, postumo) e a parte il linguaggio eccessivamente forbito, non ho trovato nulla che mi possa entusiasmare, sempre parlando delle possibilità “rivoluzionarie” che eventualmente può avere l’”attualismo”, come sostenuto da qualcuno.

Attualismo che per altro si trasforma in categoria particolare e inedita (l’”atto” come “ismo”) o ancora tendenza filosofica nuova, laddove si riferisce o si potrebbe riferire semplicemente alla volontà di agire nel sociale.  L’attività sociale che sembra  riesca a costruire gradualmente o d’acchito una società piuttosto di un’altra. Ben sapendo che le forze in gioco per queste trasformazioni sono molto lontane da quelle in possesso di un soggetto agente e comunque è certamente meglio che questi si ponga nella prospettiva di agire piuttosto che subire quella che sembra essere l’ineluttabilità del sistema entro cui è posto. Ma non voglio banalizzare così un pensiero per altro interessante se fosse slegato dal suo autore, fascista appunto.

La deferenza di Gentile a Mussolini mi pare comprovata dal ragionamento storico e comunque nessuno che si fosse opposto alle direttive del duce poteva avere vita facile.

Al contrario veniva portato al confino se non assassinato,  come nel caso di  Matteotti.

Ergo Gentile non poteva non essere un gregario politicamente. Magari la sua agognata libertà la teneva per i suoi ragionamenti filosofici ponendo, ligio, la coda tra le gambe.

Nella vita di tutti i giorni  era sottomesso al padre padrone, salvo comportarsi da padrone coi suoi figli e la moglie.
Non ho nessuna stima di questi personaggi opportunisti e di “buona famiglia” (padre farmacista e madre insegnante).

Qualcuno afferma che il pensiero di Gentile  costituisca una forme di critica radicale  all’autoritarismo, genericamente inteso.

A queste affermazioni io posso direi soltanto che chi interpreta così il pensiero di Gentile sbaglia in maniera netta (sperando che non sia in mala fede)  e non ha certamente letto nulla della “vera” letteratura libertaria, fors’anche  perché questa non è mai stata compresa nei programmi di studio gentiliani, né, comunque contemporanei.

Ma chi ha buona volontà e larghe vedute è sempre in tempo ad aggiornare le sue conoscenze in questo ambito. Allora si renderebbe conto che quando si ventila la possibilità che Gentile sia per la libertà soggettiva si è fuori strada perchè i fatti che lui stesso ha compiuto nella sua vita denunciano altre  verità. Vi è in sostanza una mancata corrispondenza tra concetti e fatti reali.

Del resto dire di un fascista che era il paladino della critica, oltreché essere ridicolo è un vero e proprio funambolismo ermeneutico e di questi funambolismi ne dobbiamo fare sempre a meno.

Le teorie libertarie a cui mi riferisco sono quelle “vere”, come già detto, non quelle, appunto, dovute a marchingegni interpretativi che possono affermare cose e il loro contrario con estrema facilità.

Tuttavia, ripeto, può essere che con la coda tra le gambe il desiderio di Gentile di sottrarsi al dominio e la sua deferenza all’autorità di Mussolini abbia preso la strada di una filosofia liberatoria, rimasta, però, lettera morta, dal momento che il suo essere fascista ha negato quanto eventualmente espresso in via teorica.

Se parlando della cesura del programma scolastico di Gentile tra cultura matematico scientifica e umanistica si cita un 10 in matematica da lui conseguito in una qualche classe del suo percorso scolastico, la cosa non può che far sorridere e comunque è noto che la matematica studiata nei licei classici è assai modesta.

D’altronde Gentile, ritornando alla sua pretesa filosofia critica, scriveva sulla rivista “Gerarchia” che esprime già nel nome il contrario di ogni principio antiautoritario e libertario.

La riforma Gentile ha sancito la “scissura” tra scienza e ambito umanistico.

Ribadisco questo dato di fatto incontrovertibile. Il contrario sarebbe che la cesura non ci sia stata. In questo caso e avremmo anche attualmente dei programmi di studi “classici” che comprendono ampiamente la matematica e la scienza in generale. Ciò non accade. Ripeto gli “umanisti” conoscono davvero l’ambito scientifico (e la sua metodologia) e chi è avviato a studi scientifici spesso (tanto più se non ha fatto il classico) è  digiuno di filosofia e materie umanistiche in generale (storia compresa, purtroppo). Ciò accade oggi come ieri.

Non è stato certamente Gentile meno che mai in Italia,  patria dell’Umanesimo, a promuovere la cultura umanistica. Egli si è trovato ad essere edotto in tal senso e una volta preso il potere se ne è servito in assonanza con le sue competenze, promuovendo  quel che sapeva alle classi abbienti C’è anche una vicenda vissuta col fratello fisico che sarebbe interessante porre attenzione.

L’impegno di Gentile per l’Enciclopedia è un capitolo a parte e ultimamente vi sono idee molto discordanti sulla lungimiranza e le ampiezze di vedute che molti attribuiscono al filosofo. Ma per questo bisognerebbe davvero essere interessati alla questione e io al momento non lo sono.

Attualismo versus libertà concreta non ideale e ipocrita o peggio, ricordo di nuovo, concepita per le sole elite al potere.

La mia proposta di “scotomizzarne” il pensiero (così come quello di Heidegger) è del tutto ipotetica. E’ ovvio che non possa essere attuata, sarebbe  soltanto una sorta di “punizione” ideale, desiderata, verso coloro che si sono macchiati di sottomissione al potere o hanno fatto attività fasciste o altro del genere. Non sono degni di essere studiati altrimenti studieremmo anche Hitler e Rosemberg. Io ho anche letto qualche pagina di questi, ma in via del tutto privata e comunque sempre contestualizzando questi pseudo pensieri quando me ne sono servito scrivendo.

L’esperienza umana di Gentile è l’esperienza di un opportunista benestante che ha accettato quote di potere in un regime abietto. Non credo che si possa dire qualcosa di più che ne attenui l’alone “nero” attorno alla sua figura.

Riguardo all’opera che sta facendo Diego Fusaro credo che se ne possa dire genericamente cose positive senza però esserne entusiasti.

Non tolgo nulla a Fusaro se dico, anzi ribadisco, che alcuni argomenti del suo pensiero da me attentamente valutato fin dai tempi non sospetti dei libri pubblicati nella sua piccola casa editrice, mi trovano critico, tant’è che ne ho scritto ripetutamente sul mio blog.

Il suo infondere speranza è tuttavia una qualità da considerarsi encomiabile oltrechè le modalità delle sue argomentazioni, perspicue e quasi perfette dal punto di vista formale.

A ben ragionare: quale pensiero gentiliano sarebbe così irrinunciabile per la cultura italiana? O addirittura per la cultura in generale?
Cosa mai avrebbe affermato di così imprescindibile da non poter essere dimenticato e citato eventualmente solo per giustizia storiografica?

Detto questo se Gentile potesse essere utilizzato ” turandosi il naso” come diceva un altro fascista (per la precisione ex fascista, per quello che vale la precisazione) e opportunista Indro Montanelli, sarebbe cosa buona. Ma il naso dovrebbe essere ben chiuso.

La questione che mi fa davvero intristire è che se davvero Gentile è stato un grande e originale pensatore (e ciò è da vedere) perchè (retorico) mai si è dovuto compromettere così col fascismo?

In un mondo in cui l’inglese e il tedesco (per la filosofia) la fanno da padroni, un autore italiano avrebbe potuto costruire un sistema interessante e invece tutto è stato compromesso dalla sua storia personale.  Le vicende personali contano ed esprimono il pensiero tanto quanto questo riesce a determinare certi percorsi piuttosto di altri.

Gentile col fascismo, Croce col liberalismo e Gramsci, facendo poi concessioni al tecnocapitalismo ai suoi tempi in fase di ascesa. Tutti pensatori di levatura che hanno, però, in fondo rappresentato l’ideologia dominante, non potendo trovare alternative utili e realizzabili al di fuori del capitalismo stesso.

Gramsci, ad esser precisi,  entra decisamente meno in queste mie tristi riflessioni e poi tanto di cappello nei suoi confronti, essendo stato perseguitato dal fascismo, lo stesso fascismo che ha visto Gentile al potere.

Mi vien da dire: o Gramsci o Gentile, tertium non datur.